livia conterno

STUDIO SUGLI EFFETTI DELLA SELEZIONE ARTIFICIALE OPERATA DALL’UOMO SULLE VARIAZIONI DELL’ISTINTO PREDATORIO ALL’INTERNO DELLE DIFFERENTI RAZZE CANINE

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI MILANO

Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali

Corso di laurea in Scienze Naturali

 

 

 

 

 

 

 

 

Studio sugli effetti della selezione artificiale operata dall’uomo sulle variazioni dell’istinto predatorio all’interno delle differenti razze canine

 

 

 

Relatore: Prof. Cristina SOTGIA

 

Correlatore: Prof. Marina VERGA

 

                                                            

                                                                 

 

                                                                      Tesi di laurea di

                                                                       Livia Conterno

                                                                       Matr. N. 501430

 

 

 

 

                         Anno accademico 2004-2005

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ai miei cari,

umani e pelosi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Ed anche i cani da caccia,

            nel loro placido sonno,

pure, talvolta, ad un tratto,           

                    muovon le zampe,

ad un tratto dànno in latrati,

      ed annusano e   riannusano l’aria,

quasi in quell’attimo avessero

                subodorata la traccia,

e ridestandosi, spesso

              inseguon forme di cervi

che non esistono, come

              se li vedessero in fuga,

fintantochè, disillusi,

             poi, non rientrano in sé.

Invece i cani domestici,

              più mansueti di razza,

si dànno a scuotere il corpo

           e a sollevarsi da terra,

quasi vedessero facce

            e genti sconosciute…”

 

                                                            (Tito Lucrezio Caro. “De rerum naturae”)

 

 

 

 

 

 

INDICE

 

Capitolo 1 : INTRODUZIONE

  • 1.1 : Origine e domesticazione del Canis familiaris …....……............pag. 2
  • 1.2 : Gli effetti della domesticazione…………………………………...pag.12
  • 1.3 : La selezione artificiale e la nascita delle diverse razze canine..pag.17
  • 1.4 : Studi sulle distanze filogenetiche attraverso l’analisi del Dna ...pag 26    
  • 1.5 : Istinto predatorio e caccia nei Canidi……….…………………...pag. 41
  • 1.6 : Istinto predatorio nel Canis familiaris…………………………...pag.  46
  • 1.7 : Differenze nell’istinto predatorio tra le diverse razze canine….pag. 52
  • 1.8 : L’aggressività predatoria come problema comportamentale….pag. 66
  • 1.9 : La frequenza cardiaca come indicatore dello stato emotivo…...pag 70

 

Capitolo 2 : SCOPO DELLA RICERCA……..…………………………………pag 74

 

Capitolo 3 : MATERIALI E METODI

  • 3.1 : L’ambiente…………………………………………………………..pag 76
  • 3.2 : Il box per testare l’istinto predatorio…………………….………...pag 77
  • 3.3 : Scelta delle prede…………………………………………………..pag 87
  • 3.4 : I soggetti da esaminare………………………………………..…..pag 90
  • 3.5 : L’anamnesi…………………………………………………………..pag 92
  • 3.6 : Svolgimento del test e protocollo sperimentale………………....pag 93
  • 3.7 : La documentazione…………………………………………….…..pag 94
  • 3.8 : La lettura del comportamento attraverso le videocassette….....pag 95

3.9 : Esempio di uno svolgimento del test…………………………….……..pag 101

 

Capitolo 4 : RISULTATI E DISCUSSIONE……..…………………………….pag 104

Capitolo 5 : CONCLUSIONI……………………….……………….…………..pag 154

             

                   BIBLIOGRAFIA……………………………………………………pag 159

                   RINGRAZIAMENTI………………………………………………..pag 170

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

              

 

 

 

 

                          1

                 Introduzione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.1. Origine e domesticazione del Canis familiaris

Il concetto di " domesticazione " è sostanzialmente differente da quello di "addomesticazione ". Tuttavia, a causa della loro similarità linguistica, questi termini  vengono spesso confusi. Col termine " addomesticato " (tame) si indicano individui resi più o meno docili, la cui riproduzione non viene selezionata; con il termine "domestico" (domestic), invece, si indicano popolazioni che, attraverso la diretta e lenta selezione da parte dell'uomo, hanno acquisito determinate caratteristiche morfologiche, fisiologiche, comportamentali e genetiche per le quali differiscono dai loro progenitori selvatici. L’addomesticamento quindi riguarda i singoli individui, mentre la domesticazione coinvolge intere popolazioni (Mattiello, 1998)

Il processo biologico di domesticazione ha inizio quando un piccolo numero di animali viene isolato dalla specie selvatica e si abitua alla presenza di esseri umani. Se questi animali si riproducono, essi costituiscono un gruppo fondatore che nel corso di generazioni successive andrà modificandosi sia in risposta alla selezione naturale operante nel nuovo regime della comunità umana e dell'ambiente in cui essa vive, sia per effetto della selezione artificiale attuata dall'uomo per motivi economici, culturali o estetici ( Clutton-Brock, 2001 ).

La domesticazione è un  processo compiuto dall'uomo che comporta l'interesse per una determinata specie animale ed un cambiamento del materiale genetico in una specie o in una popolazione in un arco di tempo di diverse generazioni. Questo processo si traduce in modificazioni delle caratteristiche comportamentali, morfologiche e fisiologiche (Young, 1987) grazie alle quali le specie rese domestiche differiscono dai loro progenitori selvatici (Mattiello, 1998).

La domesticazione non equivale quindi all'allevamento in cattività, che è applicabile  agli animali domestici come a quelli selvatici e feroci ( Young, 1987 ).

Price (1984) definisce la domesticazione come  "un processo attraverso il quale una popolazione animale si adatta all'uomo e ad una situazione di cattività attraverso una serie di modificazioni genetiche che avvengono nel corso di generazioni e attraverso una serie di processi di adattamento prodotti dall'ambiente e ripetuti per generazioni". (Mattiello, 1998 )

Secondo Clutton-Brock (2001 ), un animale domestico può essere definito come un animale allevato in cattività per il profitto economico a vantaggio della comunità umana che ha un totale controllo sulla sua riproduzione, sull'organizzazione del suo territorio e sul procacciamento di cibo di cui esso abbisogna. La discendenza di un animale addomesticato non è più soggetta principalmente alla selezione naturale, bensì alla selezione artificiale attuata dagli esseri umani; selezione volta favorire caratteri desiderabili non tanto ai fini della sopravvivenza della specie quanto piuttosto in base a criteri economici, culturali o estetici.

Probabilmente la domesticazione si sviluppò in modo semplice, graduale e naturale in numerose regioni nelle quali si erano create situazioni tali per cui questo processo si verificasse. Gli uomini e gli animali erano infatti parte integrante di un ambiente biologico e  le relazioni interspecifiche erano quasi inevitabili in un ambiente condiviso da entrambi (Young, 1987).

Ad eccezione del gatto, tutti gli animali domestici sono derivati da specie selvatiche estremamente sociali e facilmente riconoscibili come tali (Coppinger,1987).

Secondo Albright e Arave (1997) alcune specie selvatiche presentano delle caratteristiche comportamentali che le rendono più idonee ad essere oggetto della domesticazione da parte dell’uomo.

Tra di esse fondamentale è il comportamento sociale: le specie gregarie, che vivono in gruppi numerosi, preferibilmente formati da individui di entrambi i sessi, e che presentano una struttura gerarchica ben definita, sono quelle che più facilmente si adattano al contatto con l'uomo, che viene accettato all'interno del gruppo in cui viene generalmente seguito e rispettato, in quanto identificato come individuo dominante.

 

Caratteristiche comportamentali che influenzano il processo di domesticazione

                (Albright e Arave,1997, modificata da Mattiello, 1998)

 

                

                 Favorevoli

 

                  

                 Sfavorevoli

Struttura sociale

  • grandi gruppi sociali, presenza di leadership
  • presenza di gerarchie sociali
  • maschi in gruppi femminili
  • gruppi famigliari
  • alta territorialità
  • maschi e femmine in gruppi separati

Comportamento sessuale

  • alta promiscuità
  • maschi dominanti su femmine
  • segnali sessuali = movimenti, a posture

 

  • legami di coppia
  • maschi devono conquistare dominanza
  • segnali sessuali = colori, odori, struttura morfologica

Interazione madre-piccolo

  • periodo critico nello sviluppo di legami specifici: imprinting su altre specie
  • femmina accetta altri piccoli subito dopo il parto o la schiusa
  • prole “precocial”

 

  • legami specifici stabiliti in base alle caratteristiche della specie
  • i piccoli vengono accettati sulla base di caratteristiche specie specifiche
  • prole “altricial”

 

 

 

Risposta  all'uomo

  • breve distanza di fuga
  • poco disturbato dall'uomo e/o da improvvisi cambiamenti di ambiente
  • può chiedere attenzioni
  • grande distanza di fuga e estrema allerta
  • facilmente disturbato dall'uomo e/o da improvvisi cambiamenti di ambiente
  • è schivo, evita di attirare l'attenzione

 

Altre caratteristiche comportamentali

  • alimentazione variata
  • alta adattabilità a varia di gamma di condizioni ambientali
  • agilità limitata

 

  • dieta altamente specializzata
  • richiede habitat specifico
  • estrema agilità

 

 

Tabella 1: Schema delle caratteristiche che favoriscono la domesticazione delle specie selvatiche

 

 

I canidi, che comprendono 34 specie diverse caratterizzate da una gamma di taglie differenti, si  sono adattati a vivere in  una pletora di ambienti diversi: dai climi artici al deserto (Overall, 2001) ed è probabile che uno degli elementi che abbia favorito la loro domesticazione nei diversi contesti storici e geografici  sia stata la loro capacità di adattamento oltre alla  caratteristica di essere onnivori (Wayne, 1993).

 

Tutti i canidi selvatici sono territoriali, corridori veloci, prevalentemente notturni e allevano la prole nella tane. Possono essere solitari come le volpi o sociali come i lupi, i coyote e gli sciacalli. Tutti i canidi comunicano attraverso la mimica facciale, la postura del corpo, lo scodinzolamento e le vocalizzazioni (Serpell, 1995).

L’uomo condivide molti aspetti del proprio sistema sociale con quello dei canidi:  sia gli esseri umani che i canidi vivono in grossi gruppi familiari, forniscono cure parentali alla prole, dividono la cura dei piccoli con gli altri membri del gruppo indipendentemente dal grado di parentela, partoriscono piccoli che richiedono molto impegno nelle prime fasi di vita e nella successiva interazione sociale, che devono essere nutriti per lunghi periodi prima dello svezzamento a cibo semi-solido, hanno notevoli capacità di comunicazione vocale e non vocale e hanno una maturità sessuale che precede quella sociale ( Overall, 2001 ).

In Europa i canidi erano rappresentati dal lupo e nelle regioni orientali anche dallo sciacallo; in Nord America dal lupo e dal coyote; in Sudamerica da varie specie di volpe e dallo sciacallo delle caverne; in Africa dallo sciacallo e forse dal licaone; in Asia dal lupo, dallo sciacallo e dal colsun. Nella maggior parte dei casi, queste associazioni si rivelarono di breve durata. Ciò è dovuto al fatto che per natura i canidi sono cacciatori solitari, privi dei complicati comportamenti sociali che si riscontrano in due sole specie: lupo e il licaone. Il licaone è un carnivoro altamente sociale, che vive e caccia in branco. Tuttavia in questa specie le gerarchie di dominanza non sono ben sviluppate, e il comportamento sociale del gruppo è basato soprattutto sull'offerta reciproca di cibo rigurgitato. Perciò le sue possibilità di comunicazione con l'uomo risultano limitate, a meno che un essere umano non sia disposto a ricevere in bocca l'offerta di cibo. Tra uomo e cane invece si può stabilire un'empatia talmente stretta che - se un cucciolo viene allevato in una famiglia in cui tutti sorridono molto - da adulto finirà per imitare questa espressione di soddisfazione, atteggiando le labbra della muscolatura intorno alla bocca a una sorta di sorriso obliquo ( Clutton-Brock, 2001 ).

Lo sciacallo ed il coyote sono monogami, il lupo può vivere solitario, in gruppi famigliari o in grandi branchi (Abrantes, 1997), il cane a sua volta può adottare tutte queste strategie sociali.

Il cane domestico, che appartiene al gruppo dei canidi simili al lupo, è entrato a far parte della vita dell'uomo da molto più tempo di qualsiasi altro animale. Secondo alcuni resti paleontologici la domesticazione del cane avrebbe avuto inizio circa 15.000/ 12.000 anni fa, epoca in cui l'uomo era ancora un cacciatore nomade; mentre per tutte le altre specie bisogna aspettare lo sviluppo dell'agricoltura, che avvenne intorno ai 10.000 anni fa (Diamond, 2000)

 

È probabile che i cani siano originati da più linee materne di lupi, diffusi nell'area Euro Asiatica e che questo evento sia databile tra i 15.000 e i 12.000 anni fa (Savolainen et al, 2002). Conferme di questa datazione vengono anche dai reperti archeologici (Leonard et al. 2002). Durante l'ultima glaciazione i lupi erano diffusi in Europa e in Asia. In questo periodo, dai 40.000 ai 12.000 anni fa circa, mancano prove di rapporti tra i canidi e l'uomo, e essenzialmente non ci sono reperti archeologici della presenza del cane (Zeuner 1963, Olsen 1985; Clutton-Brock 1995,1999 ). Le prime prove del rapporto cane uomo risalgono alla fine dell'era glaciale in alcuni siti del centro Europa e in Germania sono state scoperte mandibole e altre componenti scheletriche appartenenti ad animali simili ai cani e risalenti a 14.000 anni fa. Alcuni dei primi resti di cani sono stati recuperati in una caverna in Iraq risalente a circa 12.000 anni fa (Davis & Valla, 1978; Turnbull & Reed, 1974). In Israele è stata portata alla luce una donna sepolta circa 12.000 anni fa insieme ad un cucciolo di cane (Olsen, 1985; Clutton-Brock 1995, 1999). La prima prova indiscutibile  dell'esistenza del cane moderno risale a circa 5000 anni fa, nella Cina del tardo Neolitico (Olsen, 1985), in concomitanza con l'inizio della risicoltura. I vari popoli avrebbero quindi allevato selettivamente, per diversi scopi, i primi cani che divennero da subito componenti della comunità umana e ne determinarono un differenziamento in quelle varietà che in seguito hanno dato origine alle moderne razze canine.

Secondo alcuni studiosi, l'uomo avrebbe domesticato proprio il lupo al fine di sfruttarne a proprio vantaggio le doti di abile cacciatori, mentre secondo altri le ragioni sarebbero diverse; tra questi ultimi si può citare Meggit (in Serpell, 1995 ).

 Per Meggit l'uso del gruppo nella caccia fu secondario ed ebbe inizio solo alla nascita della selezione delle diverse razze canine mentre altri autori affermano che il lupo aveva un importante ruolo di difesa dell'insediamento umano; durante le loro migrazioni i branchi di lupi o di canidi addomesticati seguivano, mantenendo le dovute distanze, il gruppo umano e mediante i loro ululati, abbai, avvisavano di uomini della presenza di eventuali predatori prima del loro attacco (Vilà, 1999 ).

 

 

 

 

 

   Figura 1: licaone (Lycaon pictus)                       Figura 2 : lupo (Canis lupus)

Molte ipotesi sono state formulate sull'origine del cane domestico e su come può essere iniziato il processo di addomesticamento e di adattamento di questo animale all'uomo e dalle sue esigenze.

La disputa principale sull'origine del cane domestico riguardava la discendenza del cane: ci si domandava se  il cane domestico fosse disceso da una sola o da più specie selvatiche  Darwin,1968 ). Da questo interrogativo sono sorte due teorie, quella monofiletica, che vede il cane originarsi da una sola specie e quella polifiletica  che afferma contrario. Darwin, il fondatore della moderna teoria evoluzionistica, era un sostenitore della teoria polifiletica , secondo la quale il cane non deriverebbe solo dal lupo, ma dall’ibridazione del lupo con più specie di sciacalli e coyote.

 Lorenz  (1954) attribuiva la discendenza del cane a due differenti specie: il lupo e lo sciacallo dorato e riteneva che esistesse una certa diversità tra razze canine  a sangue lupino e non.

Le prime, quelle lupine, mancherebbero nei rapporti con l'uomo di un comportamento gerarchico analogo a quello che si riscontra solitamente in un branco. Le seconde, quelle non lupine,  vivrebbero costantemente, nei confronti del proprietario, un atteggiamento di sottomissione.

Recentemente Lorenz tende ad uniformare la sua teoria sulla derivazione del cane domestico a quella dello Scott (1967) che fa risalire il cane attuale, con tutte le sue varie razze e trasformazioni, al "Canis lupus ".

Il  cane domestico è infatti derivato  inizialmente da un lupo, forse il lupo  asiatico Canis lupus pallipes (Messent & Serpell, 1981; Scott, 1967 ).

Coloro che sostenevano (e sostengono ) la  teoria polifiletica, si basano sul fatto che in cattività, dove le barriere fisiche e comportamentali sono venute a mancare, si sono verificati incroci tra lupo, coyote, sciacallo e cane domestico. In natura tuttavia questi incroci non si verificano, perché barriere geografiche e/o etologiche isolano gli  esemplari delle varie specie. Ad esempio i coyote, che vivono nello stesso territorio dei lupi, normalmente non si accoppiano con questi   ed anzi le due specie sono nemiche perché in competizione tra loro.

I cani sono in realtà dei lupi con caratteristiche morfologiche spesso molto modificate dall'allevamento: lupi e cani possiedono infatti lo stesso numero di cromosomi diploidi (2n) - 78 (Davis e Valla, 1978) così come lo sciacallo dorato (Canis aureus), lo sciacallo striato (Canis adustus)  e lo sciacallo della gualdrappa ( Canis mesomelas)

Dal punto di vista genetico si è potuto riscontrare una corrispondenza quasi completa tra il DNA di lupo e quelli di cane, sciacallo e coyote (Rispettivamente Canis lupus, C. Familiaris, C. Aureus e C. Latrans).

Autori quali Zeuner (1963) , Scott e Fuller (1965), Wayne, Vilà ( 2002 ) sostengono che il cane discende dal lupo. Uno degli argomenti a favore di questa ipotesi deriva dal fatto che il lupo e il cane, diversamente dal coyote e dallo sciacallo, sono animali altamente sociali e ciò induce pensare che questo carattere abbia giocato un ruolo significativo nella formazione del primo mammifero domestico.

Un'altra teoria, sostenuta da Macintosh (1975 ), Oppenheimer e Oppenheimer (1975) e Brisbin ( 1977) ipotizza che il cane domestico derivi da un altro Canis familiaris selvaggio, simile cani più primitivi odierni come il dingo australiano (Canis familiaris dingo ), il cane canoro della nuova Guinea ( Canis familiaris hallstromi ) o il cane paria africano ( Canis familiaris spp. ). ( Coppinger e Schneider in Serpell 1995

Ancora oggi comunque non siamo ancora in grado di determinare con certezza la discendenza del cane: lupo, cane, sciacallo e coyote infatti sono in grado, se incrociati, di dare prole feconda e sono contraddistinti unicamente da differenze di natura ecologica ed etologica, oltre che morfologica (Clutton-Brock, 1995).

Essendo un processo graduale, il passaggio dalla forma selvatica alla forma domestica è difficilmente misurabile ed è difficile stabilire con precisione quale sia il punto di confine tra le due forme. Il lupo comunque presenta tutti i requisiti genetici e comportamentali per essere progenitore del cane domestico anche se vi sono delle differenze fondamentali. Domesticazione, però, significa anche adattamento, definito come " un processo di cambiamenti che di generazione in generazione porta gli organismi a adottare meccanismi morfologici, fisiologici e comportamentali idonei per la sopravvivenza e la riproduzione” (Mainardi, 1992 ).

Anche Mainardi (1976) riporta l'origine del cane domestico al "Canis lupus pallipes " e il  processo di addomesticamento sarebbe iniziato appunto dieci o dodicimila anni fa, grazie al fatto che primi cani si avvicinavano gradatamente, dapprima in maniera saltuaria, poi fissa, alle caverne dei nostri antenati per ricercare  cibo tra i rifiuti.

Si è  ipotizzato che i lupi ed i primi cani domestici furono probabilmente attirati dall'odore della carne che proveniva dai fuochi degli uomini  primitivi
(Clutton-Brock, 1987 ).

L'attrazione esercitata sui giovani e sulle donne  avrebbe spinto questi ultimi  a gettare avanzi di cibo a questi animali, i quali cominciarono a seguire l'uomo durante la caccia, stimolati dal rinforzo costituito dal cibo (Mattiello, 1998)

La notevole attività e potenzialità di comunicazione oggi esistente tra uomini cani sono infatti evolute come parte integrante delle comuni origini di cacciatore che l'uomo condivide con il lupo ( Clutton-Brock, 2001 ).

Si sarebbe così instaurato un legame di dipendenza e attaccamento tra cane e uomo. L’uomo cominciò di conseguenza a condizionare il cane ai fini  di una sua utilizzazione (Overall, 2001).

 Si può pensare che la prima funzione svolta dal cane fosse quella di sentinella avvisatrice: cibandosi di rifiuti alimentari che si trovavano vicino agli insediamenti umani e vivendo quindi nelle immediate vicinanze i cani primitivi avvisavano in caso di avvicinamento di animali o persone al territorio; tale collaborazione si rivelava a quei tempi molto utile per la presenza di animali pericolosi e tribù nemiche ( Andina, 2002).

In seguito ad una convivenza più stretta, l'uomo ha avuto modo di osservare la capacità predatoria di questi animali ed ha iniziato a utilizzare il cane come collaboratore durante la caccia ( Andina, 2002 )

Le strutture sociali dell'uomo e del cane erano simili così come alcune modalità di comunicazione. Entrambi erano cacciatori che cooperavano e lavoravano in unità sociali; l'uomo viveva in gruppo, il cane ancestrale viveva in branco. Anche rispetto alla caccia sia l'uomo che il cane attaccavano spesso animali di dimensioni maggiori di loro grazie ad un lavoro di gruppo ed alla suddivisione dei compiti tra i membri. I risultati della caccia erano condivisi con gli altri membri.

 A proposito della somiglianza tra i modelli di comportamento sociale dei lupi e quelli degli uomini, Scott ( 1990 ), affermò: " studi comportamentali sembrano indicare che la ragione per la domesticazione apparentemente facile per l'uscita del gruppo si trovi nel fatto che si tratta di una specie con modelli di comportamento sociale altamente sviluppati e che una gran parte di questi modelli è sufficientemente simile a quella di esseri umani da permettere il mutuo adattamento sociale tra uomo e lupo. Gli stimoli primari delle due specie sono talmente simili, che evocano un comportamento sociale appropriato e riconoscibile ".

Sia cani che uomini  comunicavano tra loro con espressioni mimiche e con atteggiamenti di posizione del corpo (Young, 1987 ).

I cani domestici sono stati oggetto di due processi selettivi in relazione alla loro associazione con la specie umana. Il primo processo è stato la domesticazione in cui si svilupparono cambiamenti biologici e culturali nella specie addomesticata (Clutton-Brock, 1995 ). Il secondo processo è  consistito nella diversificazione delle razze: i cani sono stati selezionati per specifiche caratteristiche in modo da assolvere specifici compiti all'interno della società umana (Coppinger e Schneider, 1995 ).

 

 

 

 

 

 

 

1.2 Gli effetti della domesticazione

Gli effetti dell'addomesticamento prima, e della vera e propria domesticazione poi, producono le stesse modificazioni fisiche generali in gruppi di mammiferi molto diversi. Molte di esse non derivano tanto da alterazioni genetiche quanto piuttosto dalla detenzione di caratteri giovanili nell'animale adulto (neotenia). E perciò si presentano sotto la stessa forma di mammiferi diversi come maiali e cani.

 Ad esempio la distribuzione del grasso sottocutaneo, l’accorciamento delle mascelle, l’arricciamento della coda, la caratteristica del pelame, la dentatura e le modificazioni del comportamento(Clutton-Brock, 1995) sono effetti generali della domesticazione (riscontrabili quindi in diverse specie) così come la diminuzione della taglia corporea (Bekoff, 1984; Gittleman,1989).

Secondo Tchernov e Horwitz (1991), la riduzione della taglia corporea degli animali domestici rispetto ai progenitori selvatici sarebbe da attribuire alla pressione selettiva associata alla domesticazione volta ad incrementare la capacità riproduttiva abbreviando il ciclo generazionale: da genitori piccoli (perché molto giovani) nascerebbero cuccioli di taglia inferiore alla media.

Nel cane, la riduzione complessiva delle dimensioni sembra essere riconducibile a tre fattori diversi. Da un lato sarebbe stata conseguenza del progressivo arresto dello sviluppo corporeo dovuto alla malnutrizione; infatti, i primi cani domestici erano dei “village scavenger” (Zeuner, 1963 ), cioè spazzini che si nutrivano di rifiuti degli accampamenti umani. Inoltre, la selezione naturale avrebbe favorito gli animali piccola taglia che avevano maggiori possibilità di sopravvivenza in ambiente poco favorevole, dove il cibo disponibile era scarso (Clutton-Brock, 1995). Inoltre avrebbe contribuito anche il cambiamento delle condizioni climatiche avvenuto intorno a 14.000 anni fa (Thorne, 1992 ).

Hemmer ( 1990 ) ha sottolineato anche altri aspetti tipici della domesticazione, quali le modificazioni delle proporzioni del cranio e la riduzione della capacità cranica. La morfologia del cranio sarebbe cambiata: si sarebbe accorciato ed allargato, ma la sua lunghezza sarebbe rimasta proporzionata a quelle del cranio, originando così la tipica “faccia corta” (Wayne, 1986 ).

 Ulteriori cambiamenti nella morfologia della testa hanno portato all'attuale cane domestico: si è sviluppato un angolo fra muso e cranio ( detto " stop " ), la mandibola è diventata più curva, i denti, soprattutto i canini e i ferini , si sono ridotti di dimensioni, gli occhi si sono arrotondati e sono diventati più sporgenti, la bulla timpanica si è ridotta ed appiattita (Zeuner 1963; Clutton-Brock 1995; Olsen, 1985). Overall riporta che la bolla timpatica dell’alano è ridotta rispetto a quello del lupo forse in virtù delle differenti esigenze uditive  sulla lunga distanza (2001).

 Nell'arco di poche generazioni, la regione facciale del cranio e la mascella diventano più corte. Nei reperti archeologici, la compattazione dei molari i e dei premolari è utilizzata per distinguerli dai lupi ( Clutton- Brock, 1987).

Nel cane moderno, ne resta traccia nella dentatura dell'animale: i denti sono di dimensioni inferiore e le cuspidi sono meno complesse (Overall, 2001).

Ci si potrebbe domandare se questa sia stata una scelta consapevole per avere un animale da compagnia più sicuro (i denti dei lupi sono caratteristici dei predatori) o se si tratti di una conseguenza del cambiamento nel regime dietetico (Overall, 2001).

I cani domestici hanno una capacità cranica minore e di conseguenza un cervello più piccolo rispetto al lupo (Wayne, 1986; Coppinger e Schneider, 1995). Un cervello più piccolo tuttavia non preclude necessariamente le abilità cognitive. Gli aspetti sociali nei mammiferi sono più strettamente correlati alle dimensioni e alla complessità della neocorteccia piuttosto che alle dimensioni del cervello (Kruska, 1988; Dunbar, 1992).

Secondo Kruska questa riduzione potrebbe giustificare sia una diminuzione del comportamento aggressivo, sia alcuni cambiamenti di natura cognitiva, come una diminuzione delle capacità percettiva in termini di sensibilità e creatività di stimoli. La causa di questi cambiamenti sarebbe riconducibile ad una riduzione delle capacità sensoriali in generale ed al fenomeno della neotenia.

 

Bradshaw e Nott (1995 ) ritengono inoltre che questa riduzione delle capacità percettive e della comunicazione intraspecifica siano dovuti a diversi fattori morfologici, quali le orecchie cadenti (che diminuiscono senso dell'udito), la coda strettamente arricciata (che riduce l'abilità comunicativa) e il pelo sopra gli occhi (che diminuisce senso della vista).

Altri autori sottolineano però che certe capacità siano state perse in quanto non indispensabili alla vita di animale domestico: come sostiene Hemmer ( 1990 ), mentre capacità percettive elevate ed una pronta reazione allo stress sono indispensabili per la sopravvivenza in condizione selvatiche. Le caratteristiche opposte quali docilità, perdita della paura e la tolleranza allo stress sono fondamentali per la domesticazione e su queste agisce la selezione artificiale.

Un'ulteriore modifica comportamentale potrebbe consistere nell'abbassamento della soglia di risposta o reattività a diversi stimoli, ciò causa per esempio l'eccessivo abbaiare del cane in un grande varietà di situazioni (Cohen e Fox, 1976 ). Studi in natura e in cattività hanno infatti dimostrato che difficilmente il lupo abbaia ( Scott e Fuller, 1965 ): è infatti  insolito sia per i coyote che per i lupi sia  abbaiare che ululare, a meno che non lo facciano in gruppo o da giovanissimi (Harrington & Mech, 1979, 1982 ).

L'abbaiare del cane è quindi un comportamento frutto dell'addomesticamento (Overall,2001).

 Le differenze rilevate nel comportamento del cane in rapporto a quello del lupo sono state infatti attribuite all'addomesticamento (Bekoff et al, 1984; Kretchmer & Fox, 1975; Scott, 1967,1968 ).

Un’ interessante teoria sul cambiamento morfologico e comportamentale nel cane domesticato, sostenuta da molti autori, postula che esso sia ascrivibile alla neotenia. La neotenia è un processo evolutivo per cui un animale mantiene le caratteristiche giovanili anche da adulto a  causa di un ritardo nel processo di sviluppo ( Clutton-Brock, in Serpell, 1995 ).  Questa ipotesi, suggerita dalla somiglianza, per il " muso corto ", dei cani adulti ai cuccioli di lupo, è stata però osteggiata da altri autori che hanno ribadito il fatto che in realtà nei cani le proporzioni della lunghezza del cranio sono mantenute. Secondo la teoria neotenica, comunque il cane subirebbe un ritardo nel completo sviluppo ontogenetico tipico dei suoi progenitori selvatici. Questi ultimi, passando ad uno stadio di sviluppo successivo, abbandonano alcune caratteristiche morfologiche e determinati modelli comportamentali, per sostituirli con quelli del successivo stadio ontogenetico.

Nel cane ciò non accade in quanto esso non abbandona completamente il comportamento giovanile. Infatti, il cane " adulto " mantiene la richiesta di cure e cibo tipica del neonato, ma allo stesso tempo sviluppa comportamenti predatori non connessi a sequenze funzionali, in poche parole gioca, rincorre la palla come una preda, ma non caccia per cibarsi

La neotenia è una caratteristica che viene mantenuta nella specie canina e trasmessa di generazione in generazione in quanto inibisce l'aggressività e inoltre stimola il naturale istinto di protezione dell'uomo nei loro confronti.

I cani domestici dimostrano anche un perpetuarsi dei moduli comportamentali infantili (neotenici) da adulti. I moduli comportamentali del gioco persistente e dell’elemosina sono concomitanti ai moduli comportamentali fisici neotenici selezionati in molte razze di cani (Coppinger et al, 1987 ). Altri comportamenti neotenici che includono elaborazioni del gioco, sottomissione passiva e il piagnucolare sono stati descritti da Schenkel (1967).

Sebbene i lupi siano gli antenati " selvatici " dei cani, il comportamento aggressivo è per loro l'eccezione. I cani differiscono dai lupi per le modalità con cui la risposta di paura è inserita nel repertorio di un contesto sociale (Overall, 2001). I lupi sviluppano una risposta di paura molto precoce, che probabilmente  contrasta con l'apertura alla socializzazione con gli esseri umani ( Fox, 1972 ), mentre i cani presentano la stessa risposta di paura  tardivamente (Fox e Spencer, 1973; Fox e Stelzner, 1966 ).

I “pattern” comportamentali dei lupi e dei cani sono essenzialmente gli stessi. La selezione operata dall’uomo ha modificato in particolare il sistema investigativo e quello agonistico e alcuni aspetti del sistema sessuale. Queste modificazioni sono più quantitative che qualitative e la maggior parte di esse comporta una diminuzione o una esacerbazione dei “pattern” esistenti senza crearne essenzialmente di nuovi. (Scott e Fuller, 1965).

È importante notare come il cane abbia subito modificazioni anche riguardo al  comportamento sessuale. Innanzitutto il cane domestico diventa sessualmente  maturo dai sei ai nove mesi di età, molto prima rispetto ai due anni circa del lupo e degli altri cani di selvatici  Scott e Fuller, 1965; Fox, 1978 ).

Nel lupo questo ritardo riveste importanti implicazioni sociali poiché giovani immaturi rimarrebbero disponibili per almeno un altro anno ad aiutare gli adulti a crescere un'altra cucciolata (Bradshaw e Brown, 1990 ). In più la monogamia o comunque le preferenze sessuali presenti nei selvatici sono stati eliminati nel cane e sostituite con la promiscuità (Fox, 1978 ).

I cani domestici possono riprodursi ogni sei mesi, ad eccezione del basenji, che ha mantenuto il modulo comportamentale riproduttivo ancestrale, con una stagione riproduttiva autunnale (Fuller, 1956 ).

 

 

 

 

 

 

 

1.3 . La selezione artificiale e la nascita delle razze canine

La selezione artificiale operata dall’uomo è una delle principali fonti di variabilità negli animali allevati ed è l'unico meccanismo genetico esclusivo del processo di domesticazione. Essa consiste nella selezione da parte dell'allevatore degli animali da destinare alla riproduzione, che vengono scelti in base al loro fenotipo e soprattutto in funzione del loro genotipo. La selezione artificiale ha effetti decisamente più rapidi della selezione naturale, in particolare da quando si sono evolute le tecniche di riproduzione e si sono diffuse la fecondazione artificiale e il trasferimento di embrioni (Mattiello, 1998).

L'animale addomesticato è cambiato geneticamente non solo per la selezione artificiale, ma anche per la selezione naturale in risposta al nuovo ambiente umano. La combinazione degli effetti delle due selezioni è responsabile delle caratteristiche, quali il colore del mantello, le dimensioni del corpo e il portamento delle orecchie e della coda, che ha differenziato il lupo addomesticato da quello selvatico ( Clutton-Brock, 1995).

 Come puntualizza il genetista L.L. Cavalli-Sforza (1996), con la selezione artificiale è stata sfruttata nel cane quella grande variabilità genetica che la natura normalmente non utilizza perché non vantaggiosa. La grande varietà delle razze canine è infatti in forte contrasto con la variabilità molto scarsa presente negli animali selvatici di specie affini. Precisa ancora Cavalli-Sforza che in natura alcune razze canine non sopravvivrebbero e altre non sarebbero mai comparse o avrebbero una frequenza bassissima.

 

La selezione artificiale fu probabilmente praticata dai primi agricoltori del Neolitico favorendo gli animali docili, robusti e facili da nutrire. Termini come sottospecie, varietà e razza  sono impiegati per descrivere la diversità che si riscontra in tutto il regno animale al disotto del livello di specie. Una sottospecie è un segmento morfologicamente e geograficamente ben delimitato della specie; in altre parole, comprende un gruppo di animali selvatici geograficamente e morfologicamente separati da altri gruppi simili all'interno di una singola specie (Clutton- Brock, 1995).

L’uomo ha attuato un processo di selezione artificiale innanzitutto eliminando nell’allevamento l’antenato selvatico per evitare la contaminazione del patrimonio genetico degli animali selezionati (Zeuner, 1963) e il criterio fondamentale con cui venivano scelti i soggetti che potevano accedere alla riproduzione e acquisire così la possibilità di trasmettere il loro corredo genetico alle generazioni successive era quello di privilegiare i soggetti più efficaci nel lavoro (Andina, 2002).

La selezione artificiale ha permesso a  numerose razze diverse di nascere in pochi secoli, mentre migliaia di anni di selezione naturale non hanno sviluppato fino questi livelli la variabilità canina, anche se il patrimonio genetico iniziale deve essere stato simile ( Overall, 2001 ).

L'incremento della popolazione canina mondiale segue di pari passo l'esplosione demografica umana: vi sono infatti cani in qualsiasi parte del mondo abitata dall'uomo e oggi esistono più di 400 razze di cani domestici. Ciascuna di esse deve la propria esistenza alla selezione artificiale operata dagli esseri umani (Clutton-Brock, 2001).

Per razza si intende un gruppo di animali selezionati dagli esseri umani affinché possiedano un aspetto uniforme, ereditabile e tale da distinguere quel gruppo di animali da altri all'interno della stessa specie. Uno degli scopi per cui viene creata e conservata una determinata razza è  quello di canalizzare parte delle variazioni genetiche complessive ( Overall, 2001).

In biologia di popolazione, il concetto di razza viene usato per indicare una rete di popolazioni sufficientemente isolata dalle altre reti di popolazione della specie, in modo importante, ma non abbastanza da generare barriere riproduttive in caso di contatto geografico (www://digilander.iol.it/divenire/razzismo/html). la straordinaria variabilità delle dimensioni del cane domestico la conformazione e il mantello riflettono non solo l'intensità della selezione artificiale ma anche la variabilità genetica delle popolazioni fondatrici (Vilà et al. 1999 ).

 

La linea di canidazione (termine questo parallelo a quello evoluzionistico di “ominazione”) che ha portato al cane attuale si è sviluppata attraverso alcune tappe essenziali: tipi primitivi, razze primarie o fondamentali, razze derivate, razze selezionate.


La rivoluzione Neolitica segnò il passaggio da una società di cacciatori-raccoglitori ad una di agricoltori-pastori (Fox, 1978) e il cane iniziò a vivere negli insediamenti umani  in modo stabile (Davis e Valla, 1978).

In seguito alla domesticazione, i primi cani furono impiegati come spazzini nei villaggi e con l’avvento dell’ agricoltura e della pastorizia nacquero i cani da guardia e da pastore ( Clutton- Brock, 1984).

La costruzione e la definizione delle razze pure appartengono in massima parte alla storia più recente del cane. Ad opera dell’uomo è stata sviluppata una vastissima espressività fenotipica della variabilità genetica caratteristica della specie canina, come dimostra la produzione di oltre 400 razze riconosciute dalla FCI.

Durante la domesticazione del Canis familiaris c'è stata infatti una varietà di pressioni selettive in differenti luoghi e in differenti epoche storiche ( Clutton-Brock, 1999) che hanno avuto come risultato una variazione nella morfologia e nel comportamento (Coppinger e Schneider,1995; Clutton-Brock, 1999; Svartberg e Forkman, 2002).

La variazione riscontrabile all'interno della specie viene descritta in termini di razze più che sottospecie. Tuttavia, razze e sottospecie, in quanto categoria di classificazione, sono talvolta confuse, il che in qualche caso è giustificato, ma più spesso deriva da fraintendimenti dei concetti della tassonomia . Un esempio di razza non ristretta a una regione geografica è quella dell'antico levriere, allevato come cane da caccia in tutto l'Europa e l'Asia. Le varie razze di levriero esistenti probabilmente non discendono da un solo tipo in linea diretta, ma sono piuttosto il risultato della manipolazione, mediante selezione artificiale, della diversità naturale presente nella specie. Ciò può produrre razze con un aspetto simile in paesi lontani e in periodi diversi, senza che vi sia una stretta relazione tra di esse. ( Clutton-Brock, 2001 )

La nascita delle razze canine risale a 3000-4000 anni fa (Harcourt, 1974; Clutton-Brock, 1984 ).

Le prime razze esistite furono presumibilmente i pesanti cani da caccia di tipo molossoide che risalgono al 2000 avanti Cristo nell'Asia orientale e in Egitto ( Clutton-Brock, 1987 )

Si pensa che anche gli antichi cani da caccia egiziani, rassomiglianti ai moderni levrieri, risalgano allo stesso periodo ( Overall, 2001 ).

I cani dei romani venivano diversamente denominati in funzione dell'attività lavorativa svolta (Turner, 1962)

- venatici :erano quelli per uso sportivo

- pedibus celeres : cani che cacciavano a vista o veloci

- nares sagaces : cani da pista

- pastorale pecuraru : cani da pastore

- pugnaces o bellicosi : cani da combattimento o da guerra

- villatici : cani impiegati per la difesa delle abitazioni

Le razze attuali rispecchiano la distribuzione dei ruoli attribuita dai romani (Overall, 2001 ).

Nei diversi contesti storici e geografici l'uomo ha infatti selezionato il cane per renderlo ausiliario nei diversi compiti : caccia, guardia, difesa, traino, conduzione e guardia delle greggi e per scopi socialmente utili (cani guida per ciechi, cani da valanga ecc.)  (Fiorone, 1970)

 I retriever sono stati selezionati per dimostrare una elaborazione dei comportamenti da riporto associati a una sequenza di caccia e alle cure prodigate a un compagno o alla prole. I cani da protezione o da guardia sono stati selezionati per dimostrare comportamenti associati alla inibizione dell'uccisione e della smembratura della preda, legate alla sequenza finale della predazione. I presupposti per una selezione di successo dell'inibizione del morso derivano dalla variabilità comportamentale dei canidi selvatici. La maggior parte di loro caccia prede di grosse dimensioni in gruppo o in branco e, affinché la battuta di caccia abbia buon esito, si richiede che alcuni membri del gruppo, e non necessariamente sempre gli stessi, inibiscano il morso. Serie di comportamenti associati all'inibizione del morso sono comuni nei cani selezionati per la protezione e la difesa delle persone e delle greggi, oltre che nel raggruppamento delle greggi stesse, in abbinamento alla loro difesa (Overall, 2001).

La domesticazione e l’allevamento selettivo hanno causato dunque una specializzazione nel comportamento delle varie razze canine. In quasi ogni caratteristica comportamentale ci sono razze di cani che superano i lupi (Scott e Fuller, 1995)

Ad esempio i terrier, che dimostrano una spiccata incapacità di convivere in gruppo, sono molto più aggressivi dei lupi, mentre i segugi e i beagle sono molto meno aggressivi. Alcuni levrieri, come i greyhound, sono molto più veloci dei lupi, mentre molti cani, tra cui evidentemente il bassotto tedesco per via della dimensione ridotta delle zampe, sono molto più lenti. Alcuni cani, tra cui i segugi da pista, sono più abili nella ricerca rispetto al lupo, mentre altri cani, come i terrier sono meno abili. Razze quali i setter, i pointer e gli spaniel appaiono molto più motivati nei confronti dei volatili rispetto ai lupi e i lupi stessi sono cacciatori di volatili meno efficienti rispetto alle volpi (Scott e Fuller, 1995).

In realtà nessuna razza è in grado di sopravvivere in ambiente naturale al pari del lupo, fatta eccezione per i cani da slitta, che tuttavia risultano essere svantaggiati rispetto agli altri predatori a causa della riduzione delle dimensione dei denti (Scott e Fuller, 1995).

Alcuni cani hanno eliminato o sensibilmente ridotto la capacità di recepire segnali di sottomissione o di interrompere un’aggressione per preservare la propria integrità come i cani da combattimento o quelli da caccia in tana (Scott e Fuller, 1965).

Attraverso la selezione possono comunque anche comparire repertori comportamentali agonistici nuovi:  per esempio, incrociando i soggetti che casualmente presentavano questo comportamento, è stato ottenuto un ceppo di cani da combattimento che prima dell’attacco colpisce con il petto l’avversario per sbilanciarlo (Coppinger, 2001).

È stato rilevato che razze canine con tendenze reattive diverse hanno un diverso assetto di neurotrasmettitori come la dopamina e altre monoamine direttamente coinvolte nell’attivazione delle vie neuronali alla base di comportamenti come la predazione o l’aggressione (Arons e Shoemaker, 1992).

Il primo tentativo di una elencazione sistematica, basata su principi di pratico impiego, fu elaborata dall'inglese Jhon Keys ed inserita nell'opera De canibus britannici , conclusa nel 1570, ma tradotte in inglese e pubblicata nel 1976.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


È interessante notare che i cani di tipo " nobile” (gentle kind) sarebbero solo di proprietà dei signori, mentre quelli di tipo " rustico " (homely kind) e " ringhioso " (currish kind) risultano rispettivamente adibiti alla guardia di greggi e affidati alle persone più umili, come i saltimbanchi. Questa divisione, secondo la quale alcune razze potevano essere allevate solo da determinate classi sociali, rimase in vigore molto a lungo in Inghilterra. Ancora nel secolo scorso, i primi esemplari di bull terrier erano tenuti solamente da persone che praticavano la boxe e furono quindi chiamati " cani dei pugili ", cioè boxer.

Nel 1750 anche George Louis Leclerc De Buffon si interessò di cani e formulò una classificazione basata sulla varietà di forma, disposizione e portamento degli orecchi.

Alla fine del XIX secolo, Pierre Megnin perfezionò una classificazione compilata da George Cuvier intorno al 1800 suddividendo le razze allora conosciute in quattro ceppi morfologici: lupoidi, braccoidi, graioidi, molossoidi. I suoi criteri sono ancor oggi un riferimento importante nelle descrizioni ufficiali dei caratteri etnici delle razze conosciute ( enciclopedia del cane ).

Secondo Pavlov ( 1927 ) i cani venivano classificati in base a cinque tipi di sistema nervoso cui erano associati comportamenti classici. Il tipo di sistema nervoso estremo era quello eccitabile, associato a cani " attivi e collerici ". I cani moderatamente eccitabili erano " spensierati, attivi, sanguigni, quasi normali, ma turbolenti ". Il tipo di sistema nervoso equilibrato era associato a un cane calmo e sicuro, mentre il sistema nervoso inibito era associato a un tipo di cane "riservato, stoico, flemmatico ". Infine il sistema nervoso estremamente inibito era associato ad un comportamento " rigido, introverso e letargico ".

Sebbene si tratti di una classificazione semplicistica, le personalità descritte appaiono in qualche modo in tutte le razze. Le caratteristiche che definiscono alcuni comportamenti di razza sono elaborazioni o riduzioni di alcuni di quei moduli comportamentali (Overall, 2001 ).

 Studi recenti hanno esaminato l’associazione tra blocchi comportamentali e diverse razze, considerando 56 razze e 13 tratti comportamentali (Hart e Hart, 1984,1985; Hart e Miller, 1985). Attraverso interviste con i proprietari, allevatori, veterinari e giudici delle gare di ubbidienza si sono presi in analisi 13 gruppi di tratti comportamentali (richiesta di affetto, eccitabilità, abbaiare eccessivo, pizzicate ai bambini, attività generale, difesa del territorio, abbaiare da guardia, aggressività verso i cani, dominanza sul proprietario, addestramento alla ubbidienza, facilità d'eliminazione corretta delle deiezioni, distruttività, tendenza al gioco).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I dati furono elaborati statisticamente essi identificarono 7 gruppi (vedi tabella 3)

 

Profili comportamentali delle razze canine raggruppate mediante analisi statistica

GRUPPO 1

 

Reattività alta, Addestrabilità bassa, Aggressività media
Lhasa Apso; Boston Terrier; Weimaraner; Volpino di Pomerania; Pechinese; Setter Irlandese; Maltese; Beagle; Pug; Cocker Spaniel; Yorkshire Terrier

GRUPPO 2

 

Reattività molto bassa, Aggressività molto bassa, Addestrabilità bassa
Bulldog Inglese; Elkhound Norvegese; Bassett Round; Bobtail; Bloodhound

GRUPPO 3

 

Reattività bassa, Aggressività alta, Addestrabilità bassa
Samoiedo;   San   Bernardo;   Dalmata;   Alaskan   Malamute;   Levriero Afgano; Alano; Siberian Husky; Boxer; Chow Chow

GRUPPO 4

 

Addestrabilità molto alta, Reattività alta, Aggressività media
Pastore di Shetland; Barboncino Toy; Springer Spaniel Inglese; ShihTzu; Bichon Frisò; Welsh Corgi; Barboncino Nano; Barboncino

GRUPPO 5

 

Aggressività bassa, Reattività bassa, Addestrabilità alta
Labrador Retriever; Terranova; Golden Retriever; Vizsla; Chesapeake;Bay   Retriever;   Pastore   Australiano;   Brittany   Spaniel;   Keeshond;Bracco Tedesco a pelo corto; Cane da Pastore Scozzese

 

 

GRUPPO 6

 

Aggressività molto alta, Reattività molto bassa, Addestrabilità molto
alta
Pastore Tedesco; Doberman Pinscher; Rottweiler

GRUPPO 7

 

Aggressività molto alta, Reattività alta, Addestrabilità media
Cairn Terrier; Fox Terrier; Schnautzer Nano; West Highland White
Terrier; Scottish Terrier; Silky Terrier; Chihuahua; Bassotto; Airedale
Terrier

 

Tabella 3: ricerca effettuata da Hart & Hart sulle differenze comportamentali tra le differenti razze canine

Questa indagine si rivela limitata dal fatto che le persone conoscono e prediligono una razza in particolare e le risposte al questionario potevano essere influenzate da opinioni. I termini (ad esempio “aggressività”) non sono definiti e molti  tratti comportamentali elencati includono comportamenti desiderabili senza riferimenti al contesto.

1.4 Studi sulle distanze filogenetiche attraverso  l’analisi del Dna

Tradizionalmente, le indagini  per determinare l’origine del cane si basavano su due metodiche: da un lato le ricerche delle tracce archeologiche della domesticazione messe a confronto con le specie passate (Bokonkyi, 1969) e dall’altro la comparazione delle specie domestiche con le specie selvatiche attuali (Price, 1984; Wayne, 1986).

Negli ultimi anni,  grazie allo sviluppo delle ricerche sul Dna, è stato possibile indagare  sia sulle distanze genetiche tra il Canis familiaris e le altre specie di canidi, sia sulle distanze che separano le diverse razze canine.

Le nuove tecniche di biologia molecolare consentono infatti di acquisire una conoscenza approfondita della struttura del DNA e della sua organizzazione. Oggi è possibile costruire una mappa genetica mediante l'analisi delle forme alleliche di un gene direttamente a livello DNA, usando marcatori polimorfici, cioè loci del genoma in cui gli alleli sono identificabili sulla base della diversa lunghezza di porzioni genomiche (Russell, 2000).

Gli alleli costituiscono le diverse varianti di uno stesso gene e occupano la medesima posizione, lo stesso locus sui cromosomi omologhi.

Ogni individuo possiede una coppia di alleli: se l’allele è presente in duplice copia, allora il soggetto è detto omozigote; se possiede due forme  alleliche diverse  è detto eterozigote. In una popolazione si possono trovare forme alleliche differenti per uno stesso gene. La variabilità genetica in una popolazione che si riproduce a per via sessuata, è essenzialmente determinata dai seguenti fattori:

  • Accoppiamenti casuali tra la diversità di genotipi. Questi assicurano la produzione continua di nuove combinazioni alleliche in ciascuna generazione.
  • Segregazione e assortimento indipendente degli alleli nei gameti.
  • Ricombinazione meiotica o crossing over, che consente la formazione di nuovi gameti attraverso lo scambio del materiale genetico tra le coppie di cromosomi omologhi.

La forte spinta selettiva operata dall'uomo nei confronti di animale di interesse zootecnico ed economico, includendo quindi anche i cani di razza, ha condizionato la possibilità dell'accoppiamento casuale, fino alla situazione attuale di scarsa variabilità genetica tra le specie di allevamento.

I polimorfismi genetici sono particolarmente importanti nello studio del genoma. Essi si riferiscono a differenze di natura ereditaria, quindi possono essere usati come " marcatori genetici " , cioè come indici dell’assetto genetico di un animale e quindi ne consente l'identificazione univoca. In questo modo possono essere evidenziate le differenze esistenti tra soggetti appartenenti alla stessa specie (Montagner, 2000).

Purtroppo le ricerche sul cane non sono molto numerose poiché i progetti non sono sufficientemente considerati dai finanziamenti pubblici. Nonostante ciò, la buona volontà di molti ricercatori e l’interesse particolare legato all’ampia biodiversità presente nelle popolazioni canine, permette un continuo miglioramento delle conoscenze delle mappe genomiche e dei marker utilizzabili, mentre più arduo è il cammino relativo all’identificazione dell’espressione dei geni.

Nel cane il DNA è organizzato in 78 cromosomi localizzati all'interno del nucleo cellulare, da dove presiede alle innumerevoli attività riguardanti altre importanti strutture della cellula. Le cellule di un organismo animale sono all'incirca 1000 miliardi, all'interno di ognuna di esse è presente il medesimo DNA genomico, con una lunghezza approssimativa pari a 2 metri. Nel DNA genomico a seconda della specie animale sono contenuti circa 20.000-30.000 geni, anche se ultimamente in seguito ai risultati ottenuti con il mappaggio dei genomi dell’uomo e di altre specie animali, parrebbe che il numero effettivo dei geni codificanti per determinate proteine non sia così elevato. (htpp://www.ciaopet.it).

Con l’ausilio di metodi genetici o biochimici , i ricercatori hanno dimostrato che i cani domestici sono virtualmente identici in molti aspetti agli altri membri del genere.

Alcuni ricercatori hanno trovato piccole variazioni nel cariotipo  all’interno del genere Canis (Chiarelli, 1975; Fischer, Putt e Haeckel, 1976; Simonsen, 1976).

I risultati ottenuti utilizzando il Dna mitocondriale ,mettono in luce le similarità tra i canidi.

Attraverso i dati raccolti ed elaborati da  Vrana (1988) in accordo con gli studi di Braun (1990) si è stabilito che le più grandi differenze appaiono  tra le singole razze di dobermann pinscher o del poodle piuttosto che tra cani  e lupi. 18 razze, tra cui è incluso anche il bassotto tedesco, il  dingo e l’alano, condividono lo stesso  aplotipo . Gli alaskan malamutes e gli husky siberiani mostrano un aplotipo canino comune e non sono  più vicini al lupo del   poodle e del bulldog. Questi dati fanno rassomigliare il lupo alle altre razze canine.

 

 

 

 

 

 

 


Figura 3: Dendrogramma “parsimonioso” dell’analisi del Dna mitocondriale. Tratto da Braun, basato sui dati di Vrana (1990): pubblicato in Serpell (1995)

 

Per considerare i dati in prospettiva bisognerebbe puntualizzare che ci sono meno differenze nel mDna tra cani, lupi e coyote di quelle che esistono tra i vari gruppi etnici umani (Serpell, 1995).

I risultati non sono poi così sorprendenti dal momento che riproduttivamente i lupi, i coyote gli sciacalli sono interfertili e gli incroci spesso avvengono tra queste specie. (Young e Gouldman 1944). In senso strettamente biologico  nessuno di questi animali sembra essere una specie distinta: nessuna nuova specie sembra essere stata “creata” durante la domesticazione (Kruska, 1988,).  Il fatto che un cane di Ciarplanina allevato in Iugoslavia, un border collie selezionato  in Scozia e un lupo nato  nel Canada possano incrociarsi poiché hanno virtualmente la stessa sequenza genetica sul loro mtDNA, è prova ben fondata che tra loro esiste una scarsa distanza filogenetica.  D'altra parte, si dice spesso che nessun altro gruppo nel regno di animaI ha realizzato una tal diversità della forma come nel Canis familiaris.  La variazione all'interno di questa specie è più grande che tra tutti gli altri canidi (Serpell, 1995). 

Negli ultimi anni gli studi genetici riguardanti il cane si sono moltiplicati: attualmente sono 46 i laboratori internazionali costantemente impegnati nel "Progetto di Mappaggio del Genoma Canino" (http://mendel.berkeley.edu/), e sono sempre più numerose le applicazioni derivanti da questo studio per la comprensione a livello molecolare dei principali disordini genetici che interessano il cane. Fino ad oggi il progetto di mappaggio del genoma canino si è basato soprattutto sull'utilizzo dei microsatelliti (sequenze ripetute di due-tre o quattro nucleotidi) per la saturazione della mappa e l'identificazione di marcatori da correlare con i geni responsabili delle principali malattie genetiche. Si è ottenuta quindi una valida mappa genetica  che ha già consentito di identificare numerosi geni alla base di differenti malattie ereditarie che colpiscono le diverse razze canine. In particolare i marcatori microsatelliti hanno già permesso anche studi di filogenesi su razze canine che sono state selezionate in ecosistemi assai diversi e con differenti attitudini e con un ampia variabilità morfologica.

Nel cane è quindi possibile ottenere una mappa a bassa risoluzione, basata sui marcatori genetici come i microsatelliti che consentono comunque uno studio di linkage, ossia di correlazione tra i marcatori genetici ed i geni che sono coinvolti in determinate malattie genetiche. Nel Dna canino viene identificato un microsatellite o un determinato marcatore che è correlato al gene difettoso e quindi il genotipo del microsatellite ci rivela la variante allelica responsabile del disordine genetico.

In medicina veterinaria i possibili campi di applicazione della biologia molecolare sono vari e numerosi.

Fra i settori nei quali le moderne tecniche del DNA offrono grandi possibilità un posto di rilievo spetta indiscutibilmente a quello dell’allevamento e della selezione del cane di razza.

 

Fino a pochi anni fa, gli studi relativi alla selezione delle razze canine si basavano sull’analisi dei fenotipi. L’insieme delle caratteristiche sia morfologiche che funzionali e comportamentali che costituiscono il fenotipo di un determinato individuo, sono interessante materia di studio sottoposta però a valutazioni estremamente soggettive. Uno dei vantaggi delle tecniche del DNA e delle nuove acquisizioni di genetica molecolare è che esse permettono di studiare direttamente il genoma canino e di effettuare studi di carattere filogenetico, che ricostruiscono il cammino evolutivo delle diverse razze, analizzando direttamente le loro distanze genetiche. Grazie all’impiego di particolari sequenze di DNA chiamate "microsatelliti" è oggi possibile monitorare in modo preciso fenomeni quali la perdita di eterozigosità e l'erosione genetica, nonché calcolare i coefficienti di consanguineità all'interno di una determinata popolazione canina. Le tecniche di studio del DNA consentono inoltre l’identificazione genetica delle razze canine, dimostrando in modo efficace la loro identità ed origine e permettendo un riconoscimento oggettivo della loro storia evolutiva. Un metodo alternativo per gli studi di filogenesi è basato sull'analisi del DNA mitocondriale. L'attività mitocondriale è alla base del processo per la produzione di energia a livello cellulare. I mitocondri producono gli enzimi necessari alla respirazione cellulare e contengono anch'essi una piccola quantità di DNA. Il DNA mitocondriale, a differenza di quanto avviene per quello genomico, è trasmesso esclusivamente attraverso la linea cellulare germinale femminile ed ha la caratteristica di mutare rapidamente nel tempo. Il genoma mitocondriale, ereditato solo per via materna in forma aploide, ha inoltre la caratteristica di non andare incontro a fenomeni di ricombinazione. Proprio per queste caratteristiche è considerato da molti ricercatori un migliore "contatore del tempo" rispetto al DNA genomico nucleare, anche se purtroppo le mutazioni avvengono con intervalli di tempo incostanti. Nel DNA mitocondriale, e soprattutto a livello della regione "d-loop" (ipervariabile), sono quindi reperibili delle "tracce del passato" complementari e in alcuni casi, più informative rispetto a quelle reperibili con i microsatelliti del DNA genomico nucleare. Le variazioni della sequenza d-loop combinate alla assenza di ricombinazione costituiscono uno strumento altamente informativo per tutti gli studi matrilineari relativi ad una determinata specie. E' stato stimato che le sostituzioni nucleotidiche a livello del DNA mitocondriale sono 5-10 volte maggiori rispetto al DNA nucleare, e che la regione d-loop presenta una percentuale di sostituzioni da 2 a 5 volte maggiori rispetto alle rimanenti regioni del DNA mitocondriale. Attraverso lo studio del DNA genomico e mitocondriale, è possibile ricostruire in modo assolutamente oggettivo, le tappe della storia evolutiva delle principali razze canine.

In particolare l'analisi del DNA mitocondriale (mtDNA) ben si applica agli studi di genetica delle popolazioni, poichè a differenza del DNA nucleare, non si ricombina con altro DNA e può cosi essere studiato isolatamente (Wayne, 2003). Uno studio coordinato da Robert Wayne e Carles Vilà confermerebbe come non solo il lupo fu l’unica specie da cui deriva il cane, ma anche che il processo di domesticazione, le cui prime tracce genetiche risalgono a circa 135.000 anni fa, si verificò più di una volta (Vilà et al., 1997). II gruppo di ricercatori che ha condotto lo studio ha analizzato il mtDNA di 162 lupi (rappresentativi di 27 popolazioni provenienti dall'Europa, dal Medio Oriente, dal Nord America e dall'Asia), di 140 cani (rappresentativi di 67 razze) e, poichè tutte le specie selvatiche del Genere Canis possono incrociarsi tra loro, di 5 coyote e di 12 sciacalli di tre differenti varietà. La porzione di mtDNA analizzato in questo studio è denominata regione di controllo (regione I). II DNA mitocondriale è separato dal DNA cromosomico e nei mammiferi questa regione possiede un'ampia possibilità di mutazione, prestandosi cosi a rivelare differenze tra specie correlate come cani e lupi (Morell, 1997; Mlot, 1997; Savoilanen et al., 2000). Lo studio di questa regione ha permesso quindi di evidenziare quelli che, da un punto di vista evolutivo, possono essere considerati elementi divergenti e quindi di differenza tra il lupo e le altre specie considerate. II metodo che Vilà e collaboratori hanno utilizzato è stato quello del cosiddetto "orologio molecolare". Partendo cioè dal presupposto che, con il passare del tempo, due specie che riconoscono un progenitore comune si differenziano geneticamente sempre di più, il numero di sostituzioni nucleotidiche tra le due specie (all'interno delle sequenze considerate) può essere utilizzato per stimare quando avvenne la prima differenziazione. L'orologio molecolare utilizzato è stato quindi calibrato basandosi sulle differenze di mtDNA esistenti tra lupi e coyote che, in base ai reperti fossili, si differenziarono circa un milione di anni fa. Una volta confrontate le sequenze di mtDNA dei lupi con quelle dei cani, Vilà e collaboratori hanno confermato come il lupo possa essere considerato il solo progenitore selvatico del cane (Wayne, 1993) e che le prime differenziazioni tra le due specie, all'interno del materiale genetico preso in considerazione, risalgono a 135.000 anni fa (Vilà et al., 1997; Vilà et al., 1999). I risultati degli studi confermano le acquisizioni di precedenti ricerche, le quali avevano gia evidenziato come, in alcune sequenze di mtDNA analizzate, lupo e cane non differissero tra loro per più dello 0,2% , contro il 4% delle differenze riscontrate tra lupo e sciacallo (Wayne, 1993). Lo studio di Vilà e collaboratori si è basato sull'analisi degli aplotipi, cioè di regioni genetiche del complesso maggiore di istocompatibilità (MHC). Ogni regione genetica MHC e multiallelica, cioè ognuno dei geni che compongono una regione vi appare in una sola di molte diverse forme alleliche e la combinazione di queste, entro 1'MHC, definisce un particolare aplotipo (Poli e Cocilovo, 1996). Attraverso il confronto dei diversi aplotipi Vilà et al. (1997) sono riusciti a far ricadere tutti i cani analizzati nello studio, all'interno di 4 gruppi denominati "clade", ciascuno dei quali rappresenta un insieme di organismi evolutisi da un antenato comune (Morell, 1997). Le sequenze di due di questi clade (I e II) mostrano come il cane derivi da due separate popolazioni di lupi, in conseguenza di due eventi indipendenti di domesticazione. Gli altri due clade (III e IV) sono una conseguenza di incroci fra lupi e cani verificatisi in due epoche successive. In base allo studio non una, ma almeno due popolazioni di lupi furono quindi coinvolte nel processo di domesticazione che una volta realizzatosi aumento la variabilità genetica attraverso successivi incroci tra cani e lupi, con il conseguente continuo scambio di geni (Vila et al. 1997). Anche i lavori condotti da Tsuda et al. (1997), basandosi sull'analisi del DNA mitocondriale, identificano da un punto di vista genetico, due distinte popolazioni di lupi che diedero origine a due grandi gruppi di cani. Tale ipotesi e coerente con numerosi reperti fossili, che testimoniano come le popolazioni di lupi e quelle umane coesistevano su di una ampia estensione geografica, aumentando cosi la possibilità di singoli eventi di domesticazione e di un successivo continuo scambio genetico tra le popolazioni di lupi e quelle di cani (Clutton-Brock, 1997). Una seconda ipotesi proposta dai ricercatori e coerente con gli studi effettuati, e che sia avvenuto un unico processo di domesticazione, seguito poi da continui incroci tra cani e lupi (Vila et al., 1999). Per entrambe le ipotesi il processo di domesticazione fu comunque un evento raro e che richiese condizioni molto particolari per realizzarsi.

Per spiegare la discrepanza esistente tra la datazione della domesticazione basata sui reperti fossili e quella proposta dallo studio, gli autori ipotizzano che i primi cani domestici non fossero morfologicamente distinti dai lupi e che solo 10000-15000 anni fa, con l'iniziale trasformazione delle società umane da cacciatori e raccoglitori nomadi ad agricoltori stanziali, siano state selezionate caratteristiche fenotipiche marcatamente differenti da quelle dei lupi (Vila et al., 1997). Lo studio di Vila e collaboratori non è comunque in grado di identificare quale popolazione di lupi attualmente viventi e progenitrice dell'attuale cane domestico ed ipotizza che le popolazioni ancestrali di lupi, da cui deriverebbe il cane, possano essersi estinte. Oltre a quelli condotti da Vila e collaboratori, anche gli studi di Wayne e Ostrander (1999) sono arrivati a conclusioni simili e un più recente lavoro di Vila et al. (1999), ha permesso di evidenziare che quella dei canidi rappresenta la famiglia filogeneticamente più distinta di tutto 1'ordine dei carnivori e che si differenzio più di 50 milioni di anni fa. Nonostante queste recenti acquisizioni abbiano gettato una luce nuova sulle origini del cane e sui suoi rapporti con la nostra specie, non tutti i ricercatori sono in accordo con i risultati degli studi esposti. Federoff e Novak (1997) contestano le tesi esposte da Vila e collaboratori sulla base delle seguenti argomentazioni. Essi sostengono che 1'ipotesi di una domesticazione avvenuta 135.000 anni fa e inverosimile, poichè non supportata da alcun tipo di testimonianza fossile. Inoltre, le differenze riscontrate tra il mtDNA di lupi e coyote (maggiori di quelle tra cani e lupi), potrebbero essere la conseguenza non di una maggior distanza filogenetica delle specie, ma del fatto che i cani si riproducono due volte all'anno, mentre lupi e coyote solamente una. Questo fatto, unito alla considerazione che le sequenze di mtDNA sono soggette ad una percentuale di variazioni e mutamento estremamente elevata (Morell, 1997), renderebbe inappropriato orologio molecolare approntato per lo studio. Federoff e Novak (1997) contestano inoltre, sulla base del lavori di Belayev, che la domesticazione sia stato un evento raro, che richiese condizioni molto particolari e tempi estremamente lunghi per verificarsi, come sostenuto da Vila e collaboratori. Infine Federoff e Novak (1997) fanno notare come le società umane di 135000 anni fa non sarebbero state capaci di mantenere  l'isolamento riproduttivo tra le popolazioni di lupi e quelle dei cani, condizione quest'ultima necessaria perché il processo di domesticazione si realizzasse effettivamente. Al di la del dibattito esistente tra i ricercatori, lo stesso Wayne (imo dei capofila dello studio di Vila) sottolinea alcuni punti fondamentali che debbono essere considerati nell'interpretazione dei risultati che derivano dall'analisi del DNA mitocondriale. Innanzitutto il  cane origino da un singolo o da più eventi di domesticazione e se l'ibridazione tra cani e lupi contribuì alla differenziazione fenotipica del cane domestico. mtDNA e di esclusiva origine materna, (mitocondri sono infatti presenti nella cellula uovo, ma non negli spermatozoi) inoltre, il mtDNA e materiale genetico con funzione regolatoria e non codifica caratteristiche importanti quali aspetto o temperamento; il suo utilizzo nella genetica delle popolazioni e comunque giustificato dal fatto di non ricombinarsi con altro DNA, come invece avviene per il DNA nucleare (Wayne, 1993; Wayne, 2003). Probabilmente, come fa osservare Steinke (2001), nonostante i progressi raggiunti dalla genetica molecolare nell'ultimo decennio, all' attuale stato delle conoscenze, non e ancora possibile rispondere con certezza alla domanda se il cane originò da un singolo o da più eventi di domesticazione e se l’ibridazione tra cani e lupi contribuì alla differenziazione fenotipica del cane domestico.

Nuovamente l'analisi del materiale genetico e stata utile ai ricercatori, per cercare di rispondere a tale domanda e definire

una vera e propria geografia della domesticazione. La ricerca di Savoilanen e collaboratori (2002) e stata condotta analizzando il DNA mitocondriale di 654 cani domestici, rappresentativi della maggior parte delle popolazioni canine mondiali. Anche in questo caso le sequenze genetiche analizzate hanno permesso di raggruppare tutti gli animali all'interno di quattro gruppi filogeneticamente distinti (clade A, B, C, D), più un quinto gruppo numericamente meno consistente degli altri (F). Lo studio di Savoilanen e collaboratori (2002) si basa sul presupposto che se una popolazione ancestrale e confrontata con una popolazione da essa derivata, il numero degli aplotipi e della diversità nucleotidica sarà sempre maggiore nella popolazione di partenza. Dall'analisi del materiale genetico e emerso come ben il 95,9% di tutte le sequenze analizzate appartiene ai tre clade A, B e C (di cui il clade A rappresenta il 71,3%), indicando quindi un pool di geni comune per tutta la popolazione canina mondiale. Inoltre, la più ampia variazione genetica riscontrata nelle regioni orientali del continente Asiatico e la distribuzione degli aplotipi nelle differenti aree geografiche, indicano che il clade A deriva da popolazioni di lupi originarie delle regioni orientali del continente Asiatico, da sottopopolazioni del quale derivano anche gli aplotipi Europei e del Sud Est Asiatico. Risultati analoghi sono emersi dall'analisi dei clade C e D, confermando 1'origine delle attuali popolazioni canine, da lupi delle regioni orientali Asiatiche (Savoilanen et al., 2002). I dati non consentono di essere più precisi relativamente al paese di origine della domesticazione del cane ma, come riportato da Pennis (2002), un possibile paese candidato potrebbe essere la Cina. Ciò sarebbe confermato anche da studi condotti a livello morfologico, che identificano il lupo cinese come il progenitore più simile al cane domestico (Wayne, 1993). La tesi sostenuta da Savoilanen e confermata dagli studi di Leonard e collaboratori (2002). Sino ad oggi molti ricercatori avevano infatti ritenuto che la popolazione canina Americana fosse derivata da popolazioni di lupi autoctone (Pennis, 2002). Lo studio di Leonard e collaboratori (2002) ha analizzato il DNA di 37 ossa canine, provenienti da siti archeologici pre colombiani di Messico, Perù e Bolivia e di 11 campioni rinvenuti in Alaska, risalenti a un periodo precedente 1'arrivo dei primi Europei. II materiale e stato quindi confrontato con campioni di DNA di 140 cani e 259 lupi, provenienti da diverse aree geografiche mondiali. Lo studio ha confermato come il cane Americano origino da linee di cani Eurasiatiche e come persino lo Xoloitzcuintli (o Cane Nudo Messicano) L'Husky o il Terranova (tutte ritenute razze autoctone Americane), testimoniano nel loro DNA un'origine Eurasiatica (Leonard et al., 2002). Lo studio avanza quindi 1'ipotesi che cani di origine Euroasiatica accompagnarono i primi attraversamenti umani attraverso lo stretto di Bering 11000-15000 anni fa, divenendo cosi i predecessori degli attuali cani Americani.

 

Dagli studi eseguiti presso l'Istituto di Zootecnia della Facoltà di Medicina Veterinaria di Milano (Polli, Guidobono Cavalchini, Marelli) su alcune razze canine, quali ad esempio il Bracco Italiano, il Dobermann ed il Pastore Tedesco, risulta una costante perdita di variabilità genetica con la presenza di un’elevata consanguineità quale deriva che molte razze canine hanno avuto una storia evolutiva molto simile.

 

 

 

 

Figura 4: Medie dei valori di PIC (polymorphism information content) ed eterozigosità in alcune razze canine nel lupo e nella volpe. Il dobermann è la razza mostra una sensibile diminuzione della variabilità genetica.

 

 Nell’immagine, ottenuta mediante lo studio dei polimorfismi microsatelliti e mediante lo studio delle 3 componenti principali si è evidenziato un basso grado di differenziamento genetico tra le differenti razze canine studiate e il lupo d’Abruzzo.

 

 

 

Figura 5 : Con lo studio del DNA (genomico e mitocondriale) è possibile effettuare studi di filogenesi. Nell’immagine, ottenuta mediante lo studio dei polimorfismi microsatelliti e mediante lo studio delle 3 componenti principali si è evidenziato un basso grado di differenziamento genetico tra le differenti razze canine studiate e il lupo d’Abruzzo.

 

Nel 2003 sempre all'Istituto di zootecnia della facoltà di Milano (Ghisolfi, Polli, Magnetti) sono stati condotti ulteriori studi sulle distanze genetiche nel Canis familiaris con l’ausilio di microsatelliti.

In figura 5 sono riportati i risultati complessivi dell’indagine in cui si nota immediatamente la separazione tra razze canine e canidi selvatici. Le razze da compagnia risultano vicine a livello genetico, così come gli akita e i  cirnechi e  razze da caccia come i bracchi e i lagotti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Figura 6: Dendrogramma ottenuto con il metodo UpGMA (Dispan) costruito sulla base delle distanze microsatelliti (modificata)

 

 

 

 

 

 

 

1.5  Istinto predatorio e caccia nei canidi

 

I modelli comportamentali di caccia nei Canidi sono divisi in tre tipi ( Fox, 1975 ):

tipo 1 : solitaria

           la volpe Rossa (Burrows, 1968)

Tipo 2 : solitaria-sociale

            Il coyote (Murie, 1940)  e

            Lo sciacallo dorato (Van Lawick Goodalls,  1971)

 tipo 3 : sociale

           Il lupo (Mech, 1970)

           Il  licaone (Estes e Goddard 1967)

           il cuon rosso   (Burton, 1941; Schaller, 1967)

 Tipo 1: la volpe caccia singolarmente: le prede abituali sono di dimensioni ridotte e di conseguenza possono soddisfare le esigenze nutritive di un singolo animale. La volpe si avvicina di soppiatto a un coniglio e lo cattura con un rapido balzo (Ables,  1975 ). Talvolta scava una buca, vi pone l’eccedenza di una preda, la ricopre e la consuma in tempi successivi (Halternorth e Roth, 1968).

 

 

 

 

   Figura 7 : Volpe rossa con una preda naturale

 

 

 

Tipo 2: lo sciacallo e il coyote cacciano singolarmente o in coppia, in base alle dimensioni della  preda da catturare. Durante la stagione riproduttiva, una coppia di sciacalli dorati stabilisce un territorio e abitualmente due partner cacciano insieme (Seitz, 1959; Van Lawick Goodalls, 1971 ), con conseguente cambiamento del loro abituale modello comportamentale di caccia di cibo solitario (Van Lawick Goodalls, 1971 ).

 Quando cacciano in coppia esiste una vera e propria cooperazione e  coordinazione dei movimenti. Un esempio di quanto detto è fornito dalle osservazioni di Muckenhirn ed Eisenberg (1973) , i quali hanno studiato una coppia di sciacalli dorati durante la cattura di un cervo. L’uno inseguiva il cervo, mentre l’altro tendeva l’imboscata.

Lo sciacallo e il coyote possono cacciare anche in branco. Infatti, gli autori Van Lawick  Goodalls  ( 1971 ) hanno osservato la cattura di una gazzella di Thompson  adulta da parte di un piccolo branco di sciacalli dorati, composto da un maschio e una femmina, entrambi adulti, e un figlio di un anno di età. La preda è stata uccisa con la tecnica dello sventramento, tipico metodo di caccia del licaone.

 

 

 

Figura 8 : coyote durante la predazione

 

 

 

Tipo 3: Bourlière  ( 1963 ) ed altri autori hanno constatato che i mammiferi predatori cacciano prede più piccole di loro. Questa limitazione è stata superata da quei predatori che, sfruttando la forza numerica del branco, riesco a catturare prede più grandi di loro. Tra questi mammiferi ci sono alcuni canidi, quali il lupo, il licaone e il cuon rosso.  In conclusione,per  la caccia in branco è necessario un alto grado di cooperazione e coordinazione dei movimenti, che si riflettono sul tipo di organizzazione sociale che rappresentano adattamento dei predatori per la riuscita nella cattura di tre difficili, perché veloci e grandi.

 

 

 

 

Figura 9:  Predazione di gruppo del lupo

 

 

 

Esistono dei caratteri comportamentali fondamentali nei canidi, che sembrano aver facilitato l’evoluzione della caccia in branco in varie occasioni (Kleiman e Eisemberg,  1973 ). Queste ultime sono la strategia dell’inseguimento all’aperto e il sistema sociale del branco, che si è formato in molte specie animali sociali mediante l’estensione di quello della coppia al fine di tenere uniti gruppi familiari imparentati.

 Diversamente dal licaone e dal cuon  rosso, il lupo può essere a un cacciatore di tipo 1 o di tipo 2, in funzione delle dimensioni della preda ( Fox, 1975 ).

 Al termine di ogni battuta di caccia, essi fanno ritorno alla tana e dividono il cibo non soltanto con i cuccioli, ma anche con la madre e con gli altri adulti che sono rimasti a  sorvegliarli (Kuhme, 1965; Van Lawick Goodalls, 1971 ).

 Inoltre questi autori hanno riscontrato che i licaoni  adulti, a differenza dei lupi, danno la precedenza ai giovani sul corpo della preda uccisa.

 La dimensione dei gruppi di caccia dei lupi varia in funzione della difficoltà di catturare la preda (Kruuk, 1972 ), ossia dipende dalla taglia o dalla velocità della preda. Infatti Peterson, Jordan et al ( 1967 ) hanno evidenziato come il numero dei componenti del branco tenda ad aumentare con le dimensioni della preda abituale. Gli animali feriti, ammalati ( Lopez, 1978 ) giovani e vecchi sono le vittime predestinate dei lupi (Mech, 1970 )

 I lupi, per scegliere l’animale più debole e più lento di una mandria, la costringono muoversi  ( Mech, 1970; Estes e Goddard, 1967 ) e, una volta individuato, lo separano  dai suoi compagni al fine di renderlo vulnerabile e di conseguenza più facilmente attaccabile.

 

 In vista di una battuta di caccia  si   ode il caratteristico ululato, che serve a radunare in branco e a rinforzare i legami  esistenti tra i suoi membri, al fine di una migliore cooperazione. L’ululato è uno degli elementi della cerimonia di saluto, che tra le varie funzioni, esprime l’unità del branco che serve ad agitare i suoi componenti prima dell’inizio della caccia.

 

 

 

Figura 10: L’ululato precede la battuta di caccia in gruppo

 

 

 

Inoltre, prima di intraprendere una spedizione, i lupi trascorrono gran parte del loro tempo  a giocare, per manifestare il loro reciproco legame d’affetto e per scaldare i muscoli in vista del successivo sforzo fisico.

 

 Prima di sferrare l’attacco, i lupi si avvicinano il più possibile alla preda, stando contro vento in modo che essa non possa avvertire il loro odore e di conseguenza la loro presenza. Durante l’inseguimento i membri del branco corrono a staffetta, alternandosi alla guida  (Mech, 1970; Estes e Goddard, 1967) per affaticare la preda. La preda descrive dei percorsi a zig-zag  o a cerchio e il lupo, che sta dietro a quello in testa, le taglia  strada, mentre quello alla guida mantiene la sua posizione finché un altro lupo non taglia nuovamente la strada alla preda (Mech, 1970; Estes e Goddard, 1967 ). Quest’ultima viene circondata e il lupo, avvicinatosi e accorso sul fianco, le balza addosso, a livello di gambe o di fianchi ( Lopez, 1978 ). Il capo azzanna la  preda al muso per tenerla ferma, in modo che gli altri lupi possono ucciderla (Hall e Sharp,  1978: Lopez, 1978; Mech, 1970). Infatti questi squarciano e strappano i muscoli delle gambe e dei fianchi della preda, causandone il crollo a terra e la fine immediata  (Lopez, 1978).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.6  L’istinto predatorio nel Canis familiaris

Sia il cane che il lupo sono in primo luogo animali predatori. Essi trovano le loro prede cercandole direttamente più che attendendo che esse arrivino a loro e dato che spendono la maggior parte del tempo in questa attività  essi mostrano i “pattern” comportamentali relativi al sistema investigativo più frequentemente di tutti gli altri sistemi (Scott e Fuller, 1975).

I lupi sono cacciatori non specializzati che cacciano una gran varietà di prede e si cibano di qualunque fonte di nutrimento disponibile (Scott e Fuller, 1975): la dieta del lupo è costituita quasi interamente da carne e da una quantità di vegetali quali erbe e bacche, che vengono mangiati occasionalmente, e da insetti. (Mech, 1970).

I lupi e i cani da caccia ingaggiano un tipo similare di comportamento sociale prima di cominciare una battuta di caccia.  Murie (1944 ) ha descritto il rituale dei lupi come segue: " una considerevole cerimonia spesso precede la partenza per la caccia: in genere c'è una generale compartecipazione e molto scodinzolamento ". Per i cani da caccia Estes e Goddard ( 1967 ) hanno descritto un comportamento simile: "gioco e caccia tendono a diventare progressivamente più selvaggi e ad attraversare un climax in cui i cani girano in tondo insieme e lanciano richiami all'unisono ". Dopo queste cerimonie di gruppo i membri escono alla ricerca della preda.

A secondo del tipo di preda che caccia, il cane presenta diversi tipi di aggressività predatoria. Per le prede di piccola taglia, la sequenza è considerevolmente costante da un soggetto all'altro. Il cane salta a piedi uniti, verticalmente, orecchie dritte, pelo della regione dorso lombare eretto, e si lascia ricadere con i due arti anteriori sulla preda. Il salto viene ripetuto più volte, apparentemente fino a quando la preda viene immobilizzata. Essa viene poi afferrata con le mascelle e scossa vigorosamente, provocandone la frattura del rachide (Pageat, 1999).

 

Figura 11: tipico salto a zampe unite della sequenza predatorio del Canis familiaris

 

Per le prede di grandi dimensioni, si tratta di una caccia in gruppo, il cui svolgimento dipende dall'organizzazione gerarchica. La preda è identificata dopo una fase di ricerca, che determina la fuga. Tale fuga sembra indispensabile allo scatenamento del successivo comportamento predatorio. Una preda che resta immobile ha tutte le possibilità di essere ignorata. La seconda fase è il braccare la preda, cioè una corsa che mira a costringere questa a immobilizzarsi e a affrontare i suoi inseguitori. Quando tale obiettivo è raggiunto (" ferma " dei cacciatori ), la morte della preda è opera di soggetti dominanti maschi e femmine, che saranno anche i primi a consumare il risultato della caccia. (Pageat, 1999).

Il cane domestico utilizza ancora oggi le tecniche per non farsi notare dalle prede, ad esempio tenersi sopravvento e rotolarsi su carogne per dissimulare il proprio odore, scalciare per marcare il territorio con l’odore delle ghiandole interdigitali, marcare con l’orina o lasciare escrementi su sassi (Boitani, 2000).

I comportamenti innati del cane  legati  alla nutrizione e alla caccia includono:

1 )  pedinare, puntare

2 ) radunare il gregge

3 ) scavare

4 ) seguire l'odore

5 ) tremare, scagliarsi contro, catturare, uccidere

6 ) riportare il cibo nella tana

7 )rigurgitare

8 ) rosicchiare masticare

9 )  mangiare verdure e piante

10 ) trasportare la preda

11 ) difendere la preda

12 ) comportamenti legati alla cattura della preda

                                                                              ( Fox, 1971-1972 ).

 

In tutti i casi, la predazione viene scatenata dalla stimolazione dell'ipotalamo laterale e sembra che questa stimolazione sia facilitata dalla fame, dal momento che esistono connessioni tra il centro della sazietà e le regioni ipotalamiche ivi implicate. La fame agirebbe in particolare aumentando la vigilanza del cane e il cane diverrebbe particolarmente ricettivo al minimo movimento a scatti nell'ambiente che lo circonda; tuttavia sarebbe falso credere che questo comportamento sia strettamente correlato a parametri fisiologici, infatti diversi fattori come esperienze pregresse, addestramento ( caccia ), imitazione dei conspecifici o, ancora, presenza di numerose prede in un luogo chiuso possono sovente scatenare la predazione in soggetti sazi. (Pageat, 1999)

 

L'attacco dell'animale predatore è un comportamento deliberato, in cui le zanne vengono dirette o alla base del collo della preda, proprio sopra le spalle, o, se la preda giace sulla schiena, alla carne tenera della gola o del ventre. L'attacco del predatore di solito comprende anche il violento scuotimento della vittima. Raramente un cane domestico mangia la preda che ha ucciso, anche se i cani che cacciano galline e altri volatili hanno maggiore tendenza a mangiare la preda uccisa rispetto ai cani che uccidono gatti o altri cani (Campbell, 1981).

Molti dei comportamenti del cane sono riconoscibili nel comportamento  predatorio ancestrale in cui viene eseguita una sequenza di atti, contraddistinta dalla successione di fasi consecutive concatenate.

I modelli motori della sequenza del comportamento predatorio nel lupo sono: “eye” (sguardo), “stalk” (pedinamento silenzioso), “chase” (inseguimento), “grab-bite” (morso per immobilizzare), “kill-bite o “crush bite” (morso per uccidere), “dissect” (smembramento) e “consume”(consumo) (Coppinger e Schneider,1995) e molti dei comportamenti del cane sono riconoscibili nel comportamento  predatorio ancestrale in cui viene eseguita questa sequenza di atti contraddistinta dalla successione delle fasi consecutive concatenate (Coppinger e Coppinger, 2001).

I cani domestici hanno tuttavia un comportamento alterato di cattura della preda se confrontato con quello dei lupi: le sequenze di caccia sono state troncate in diverse razze canine, soprattutto la selezione artificiale ha operato per ottenere l’inibizione del morso ( Overall, 2001 ).

Il motivo per cui si è riusciti ad ottenere nei cani domestici l’inibizione al morso va ricercato nella variabilità comportamentale dei Canidi selvatici; questi infatti cacciano per la maggior parte in branco o  in gruppo in modo da riuscire a uccidere le prede di grosse dimensioni, ma ciò implica che alcuni componenti debbano inibire il morso in modo da favorire il successo della caccia ( Overall, 2001 ).Fox (1978)  ha condotto degli studi sugli effetti della domesticazione nella cattura e nell’uccisione della preda da parte di cani domestici, di Canidi selvatici e da parte degli ibridi nati incrociando cani domestici e Canidi selvatici.

In particolare è stato osservato il comportamento di cani di razza beagle, di coyote  e degli incroci tra beagle e coyote di fronte ad una  preda (ratto bianco).

Lo studio è suddiviso in due parti: la prima parte analizza gli aspetti qualitativi dell’organizzazione del comportamento  e l’ordine delle sequenze ( cattura della preda, uccisione, dissezione, ingestione e gioco con la preda), la seconda  è un’analisi quantitativa di due pattern comportamentali esibiti durante le sequenze: il salto verticale che il cane compie per afferrare la preda cui segue  il balzo in avanti con entrambe le zampe anteriori.

 

La sequenza temporale completa della cattura della preda e dell’uccisione, comprendente anche lo smembramento e l’ingestione della preda stessa  si manifesta  nei coyote di otto settimane, mentre queste sequenze risultano troncate e disorganizzate sia nel cane domestico che negli ibridi.

Una parziale e completa inibizione del morso letale sono stati riscontrati negli ibridi e nei beagle.

La domesticazione ha probabilmente influito sulla completezza della sequenza temporale attraverso l’allevamento selettivo.

Nel 2003,  è stato condotto uno studio sui cani domestici nello Zimbabwe al fine di  individuarne il ruolo di predatori naturali rispetto agli altri competitori (Butler et al,2003).

Tramite l’osservazione con radiocollare di 16 soggetti liberi di girovagare nelle campagne (pur avendo dei proprietari) è emerso che il Canis familiaris  è un predatore inefficace. Sono state registrate solo 20 uccisioni, di cui 3 a  danno di Ungulati.

I motivi della scarsa efficienza dei cani domestici nella predazione sono da ricercare, secondo gli autori, nella abbondanza di cibo alternativo e nel fatto che i cani si aggregano in gruppi di dimensioni troppo modeste, oltre al fatto che in questo habitat i cani incontrano dei competitori di grosse dimensioni tra cui iene e leoni, finendo essi stessi per diventare delle prede  (dal 1993 al 1996 sono stati rilevati 19 casi di cani domestici uccisi da altri predatori).

 

Secondo Scott e Fuller (1978)  una delle caratteristiche mentali più variabili nel cane è proprio la tendenza a manifestare o meno la propensione a cacciare, dal momento che questa attitudine spazia dalla totale apatia in alcuni soggetti allo zelo appassionato nei confronti della predazione in altri.

Fox ha studiato l’evolversi, attraverso il gioco, del comportamento di uccisione della preda, che presenta i medesimi atteggiamenti anche se la preda è sostituita da uno straccio, da una palla o da qualsiasi altro oggetto. In questo tipo di gioco, se la preda è già morta, oppure se è simulata da un oggetto inanimato, il cucciolo la lancia con la bocca, o la fa muovere con le zampe, in modo fingerla in vita. La carenza di giochi infantili avrebbe anche un effetto negativo  sui normali combattimenti da adulti (Scott,1965)  e sulle capacità di caccia (Etkin).

Al giorno d’oggi l’istinto predatorio del Canis familiaris  si esprime soprattutto nelle attività ludiche svolte con l’ausilio di zimbelli. Inseguimento e uccisione della preda vengono spesso ritualizzate nei giochi con  prede simboliche: possono, per esempio, essere costituite da un pallone, lanciato da altri o fatto muovere dal cane stesso, perché simuli la vita o da una persona che finga di fuggire (Fiorone, 1970).

 La caccia reciproca è uno dei giochi preferiti dai cuccioli e dagli adulti: uno del gruppo si comporta da preda e scappa inseguito, oppure un altro si posiziona immobile fissando il compagno che momentaneamente recita la parte della preda, scappa, inseguito, afferrato e poi trattenuto. La caccia è per il cane il gioco per eccellenza (Scanziani, 1975).

 

 

 

 

 

1.7 Differenze nell’istinto predatorio tra le diverse razze canine

Molte razze canine mostrano serie di comportamenti e " personalità " , che non sono altro che elaborazioni di alcune parti della sequenza di caccia del lupo  (Fox, 1978; Bradshaw & Brown, 1990; Overall, 2001 )

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


In generale il comportamento investigativo nelle razze canine non è essenzialmente differente da quello dei lupi. I cambiamenti sono stati prodotti dall'enfatizzazione o dalla diminuzione di certi pattern e particolarmente dall’acuirsi o affievolirsi degli effetti di certi stimoli, per esempio i cani da pastore  che sembrano essere maggiormente stimolati dall'odore delle pecore o dei cervi, occasionalmente diventano predatori di pecore o cervi ( Scott e Fuller, 1975 ).

Le varie razze di cani sono state selezionate per le loro capacità di imparare specifiche tecniche di caccia. I segugi sono stati selezionati per la loro abilità di seguire una traccia attraverso l'olfatto, sebbene lavorino utilizzando anche occhi e orecchie nella loro ricerca .I beagle, alla ricerca di un particolare oggetto, girano in tondo annusando l'aria finché non captano finalmente una traccia nell'aria e poi abbassano il naso verso il suolo e continuano ad annusare l'odore finché non trovano l’oggetto procedendo metro per metro. All'estremo opposto troviamo i cani che cacciano a vista, i levrieri, che sono adattati per la corsa in spazi aperti in cui l’olfatto ha un'importanza relativa. I cani per la caccia al volatile usano i sensi in modo abbastanza equilibrato mentre i retriever segnalano il punto dove il volatile è caduto e lo cercano usando la vista. ( Scott e Fuller 1975).

Gli elementi della sequenza comportamentale di caccia in alcune razze canine sono secondo Fox  ( 1978) :

  • Bloodhound:   individuare e inseguire le tracce;
  • Border collie: radunare e condurre le greggi;
  • Setter e Pointer: avvicinarsi furtivamente e puntare;
  • Cani da cinghiale e da volpe: attacco e uccisione;
  • Retriever e Spaniel: riporto.
  • Cani da protezione: morso inibito, mantenere la preda.

Nella grande maggioranza delle razze di cani domestici è stata quindi selezionata l'inibizione del morso così come per le razze che prevedono la pizzicata o il morso come facenti parte della sequenza di radunamento delle greggi, di difesa o di caccia ( Overall, 2001 ).

I gruppi di razze canine presentano differenti predisposizioni all’istinto predatorio in base all’utilizzo che hanno avuto come ausiliari a fianco dell’uomo:

  • Razze da pastore

I cani da pastore si distinguono in conduttori e guardiani.

I conduttori sono forse i cani in cui la pressione selettiva sull’impulso collaborativo è stata massima (Andina,2002).

Le tecniche di accerchiamento che i lupi usavano quando cacciavano in gruppo sono state trasferite nel lavoro con le pecore.

E’ stato ipotizzato che le razze “herding” come il Border collie o il Kelpie, siano state selezionate per troncare la naturale sequenza predatoria (Coppinger e Schneider,1995),

Nelle razze “herding” la sequenza è troncata a “eye”, “stalk” e “chase”: il Border collie  punta con lo sguardo, si avvicina furtivamente ed insegue, ma non attacca e non uccide le pecore (Coppinger e Schneider,1995).

Nei cani “pizzicatori” e nei bovari la sequenza predatoria è stata troncata  a livello del morso per afferrare (Andina, 2002).

 Nelle razze di cani selezionate per la protezione e la difesa delle persone e delle greggi, vediamo una serie di comportamenti associati all'inibizione del morso (Overall, 2001 ).

Nei bovari svizzeri ,cani da fattoria tuttofare, usati come guardiani, per il traino dei carretti del latte e così via, l’istinto predatorio è ridotto al minimo (Andina,2002).

Il Kelpie si porta rapidamente alle spalle della pecora (“backing”) per facilitare il raggruppamento, viste le dimensioni delle grandi greggi australiane (Thorne, 1996). I cani usati per la conduzione delle greggi, hanno subito una selezione per le sequenze riferite a fissare o inseguire la preda (Fox, 1978; Bradshaw & Brown, 1990; Overall, 2001 )

Il lavoro del guardiano del gregge è essenzialmente diverso: questi cani venivano lasciati per molto tempo soli con gli armenti da sorvegliare e non dovevano far altro che impedire a chiunque, tranne che al pastore, di avvicinarsi.

Nella selezione artificiale l’istinto predatorio è stato disincentivato, sia perché poteva portare il cane ad abbandonare le pecore per inseguire altri animali, sia perché, peggio ancora, avrebbe potuto essere indirizzato sulle pecore stesse (Andina, 2002).

 

Secondo Braber (1977) i cani da pastore maremmano non presentano comportamento predatorio soltanto se hanno socializzato opportunamente con le pecore che sorvegliano e se vengono nutriti adeguatamente, mentre secondo Coppinger et al (1995), alcune razze miste potrebbero possedere scissi, persi o riordinati gli elementi della sequenza predatoria.

  • Razze da guardia e da difesa

Sono razze caratterizzate da istinto predatorio poco sviluppato e una certa dose di combattività (Andina, 2002).

I cani da guardia o da protezione hanno subito una selezione volta a far mostrare i comportamenti associati all'inibizione dell'uccisione e del frazionamento della preda, legate alla fase finale della sequenza predatoria (Overall, 2001 ), mentre le razze “guarding” sono state selezionate per mostrare poco o niente affatto il comportamento predatorio (Coppinger et al, 1995).

  • Razze Terragnole: terrier e bassotti

L’istinto predatorio è radicato e molto ben sviluppato. I terriertendono ad abbaiare con facilità, a dispetto della piccola taglia hanno un notevole bisogno di muoversi e sono molto attivi, reattivi ed eccitabili. Quasi tutte queste caratteristiche tendono ad essere molto ereditabili (Hart e Hart, 1988. Willis, 1995).

Da esperimenti condotti da James (1951,1952) in una colonia di cocker, beagle e fox terrier, questi ultimi risultarono essere padri di cuccioli in cucciolate varie indipendentemente dalla razza della madre. Quasta variazione nel successo riproduttivo  costituisce una correlazione con la serie dei comportamenti che si sono selezionati nei Terrier: tenacia, combattività e la capacità di prevalere su altri cani (Overall, 2001)

Nella caccia i Terrier dovevano scovare con tenacia le loro prede (spesso simili o superiori a loro per taglia e forza) e ucciderle. Una caratteristica del lavoro dei Terrier è il fatto che durante lo scovo in tana il cane deve continuare a segnalare con la voce al cacciatore la sua posizione, la tendenza ad abbaiare è quindi marcata come ovviamente il livello di vigilanza e prontezza alla reazione. È stato verificato che questa reattività è stimolata molto più facilmente da stimoli sonori e visivi, piuttosto che olfattivi come accade invece nei segugi negli Spaniel e nei cani da ferma (Scott e Fuller, 1965).

I Terrier di tipo Bull sono tendenzialmente molto competitivi con i cospecifici: l’attitudine a lottare all’ultimo sangue con le prede è stata trasferita nella lotta tra cani. È stato sovvertito il comportamento originario del lupo, che ritualizza le lotte interne al branco rendendole incruente per non minare l’efficacia predatoria (e quindi la possibilità di sopravvivenza), e sono stati selezionati soggetti che perdono facilmente la capacità di recepire i normali segnali di inibizione della sequenza aggressiva (Andina).

Nel suo compito di “stanatore” il bassotto si doveva introdurre in un cunicolo dove un animale come il tasso (“dachs” in tedesco, da cui il nome della razza Dachshund) o un altri animali nocivi come volpi, faine e tassi verso cui i cani provano avversione istintiva (Fiorone, 1970; Scanziani, 1975).

Il bassotto lottava per difendere la sua vita e in una situazione in cui era impossibile fuggire.

La preda doveva a volte essere uccisa direttamente dal cane, vista l’impossibilità di arrivare sul luogo per il cacciatore. Le qualità che la selezione artificiale ha prediletto sono quindi il “fiuto, il vigore in poco volume e la gran tenacia” (Scanziani, 1975)

 

  • Cani di tipo Spitz e primitivo

Sono razze caratterizzate da un marcato istinto predatorio, inserite in contesti climatici spesso difficili, che richiedono una notevole sopportazione nei confronti del freddo e delle privazione.

Hanno un notevole istinto di sopravvivenza: Scott e Fuller (1965) ritengono che gli unici cani in grado di sopravvivere in ambiente naturale sono quelli appartenenti alla razza esquimese.

Il siberiano è il più leggero e veloce, tra le razze pure da slitta, ed è quello forse più reattivo. Ha un fortissimo istinto predatorio: tutte le specie con cui non è abbondantemente socializzato da cucciolo sono predabili, ed è un cacciatore molto efficace (Andina, 2002)

 

  • Segugi e cani per pista di sangue.

I cani da caccia (bloodhound e Sighthound) sono stati selezionati agendo sulle sequenze della cattura della preda che riguardano l'individuazione e l'inseguimento delle tracce lasciate dalla preda stessa (Fox, 1978; Bradshaw & Brown, 1990; Overall, 2001 ).

Fin da cuccioli, rispettoagli individui di altre razze, privilegianol’uso dell’olfatto rispettoagli altri sensi, e la loroabilità nel seguire le tracce è giàsignificativamente maggiore rispettoa quella di altri cani comeper esempio i Terrier (Scotte Fuller, 1965).

I segugi devono localizzare una traccia, seguirla con costanza, anche in condizioni di difficoltà, seguendo debolissime emanazioni.

Durante la caccia i segugi mantengono un legame non molto stretto con il cacciatore, con cui comunicano a distanza tramite un uso articolato della voce. Il cane dispone di una certa libertà di decisione e indipendenza nel lavoro che conserva anche nella vita quotidiana. Molti segugi lavorano in squadra, dividendosi i ruoli come degli specializzati battitori, sono quindi cani in grado di vivere in gruppo, strutturando la muta in gerarchie ben evolute.

La fase della sequenza predatoria è l’inseguimento, che può prevedere anche complesse tecniche di accerchiamento volte a portare la preda a portata del cacciatore/capobranco, che come nei lupi detiene il diritto di apportare l’attacco letale. Molti segugi non portano a termine la predazione ma si limitano ad inseguire in quanto la sequenza predatoria si è arrestata a livello dell’inseguimento, altri possono avere anche il morso per afferrare o addirittura la sequenza completa (escluso forse il consumo finale della preda) (Andina, 2002).

Vi sono differenze nella propensione alla lotta a seconda del tipo di selvaggina verso cui si sono specializzati: quelli che vengono usati prevalentemente per cacciare la lepre,ed eventualmente il capriolo, sono meno combattivi meno e meno portati a mettere in atto comportamenti di aggressione rispetto ai cani usati con cinghiali, volpi e altri animali di taglia maggiore e indole più minacciosa (puma, giaguaro,leone e così via).

 

  • Cani da ferma.

I setter e i pointer sono stati selezionati per l'inseguimento furtivo, tranne il fissare e inseguire che sono sostituiti dal “puntare”  tipico di queste razze (Fox, 1978; Bradshaw & Brown, 1990; Overall, 2001 )

I segugi sono prevalentemente cani da lavoro, tendenzialmente piuttosto specializzati per il tipo di preda cacciata e per le tecniche utilizzate. Il repertorio lavorativo si basa più sulla componente istintiva (geneticamente trasmessa da una generazione all’altra) che non su apprendimenti conseguiti attraverso tecniche addestrative.

Questi cani si sono evoluti dopo che l’uomo ha cominciato a cacciare con le reti, e successivamente con il fucile. Il cane doveva localizzare il selvatico (quasi sempre di penna) inseguirlo e spingerlo a portata del cacciatore indicando con precisione dove si trovava con una postura abbastanza spettacolare detta “ferma” che consiste nell’esasperazione dello sguardo fisso che precede l’aggressione nella sequenza predatoria ancestrale. Ovviamente per poter vedere ciò che il cane indicava il cacciatore doveva essere vicino, quindi il legame tra uomo e ausiliario doveva essere molto stretto. L’istinto predatorio è forte, ma l’impulso a seguire la selvaggina non è tale da far perdere al cane il collegamento con il proprietario/leader (Andina, 2002).

La sequenza predatoria si arresta alla fase di sguardo fisso, o eventualmente al “morso per afferrare” messo in atto quando il cane deve recuperare la selvaggina uccisa e riportarla. Il cane deve bloccare la predazione limitandosi allo sguardo fisso, e non deve avventarsi sull’animale finché non riceve il segnale per “lo sfrullo”. Deve essere poco possessivo e sufficientemente sottomesso da consegnare una risorsa interessante come una preda appena uccisa al cacciatore anziché mangiarla. Anche la combattività verso gli altri cani deve essere bassa perché, spesso cacciano in piccoli gruppi, magari assieme ad altri specializzati in funzioni diverse (come per esempio il riporto) e comunque vengono in contatto con altri ausiliari durante le battute (Andina, 2002)

I cani da ferma sono divisi in inglesi (i tre setter inglese, irlandese e Gordon ed il Pointer) e continentali (numerosi bracchi delle varie regioni europee). I soggetti appartenenti alle razze continentali a volte sono meno specializzati sulla selvaggina di penna e più facilmente devono compiere anche il lavoro di riporto. Gli standard di lavoro di diversi bracchi tedeschi considerano non difettoso il comportamento di un cane che insegue, cattura ed uccide una preda da pelo durante la caccia. Questo maggiore completamento della sequenza predatoria ancestrale può riemergere più facilmente nei cani da ferma tedeschi rispetto ai soggetti di razze britanniche (Andina, 2002).

 Originariamente i setter venivano infatti selezionati in base alla tendenza ad appiattirsi e a strisciare sul terreno fino a quando si trovavano vicinissimi alla preda per poi rimanere completamente immobili: mentre i cacciatori tendevano le reti, il cane doveva poi alzarsi di scatto in seguito ad un comando ricevuto dall'uomo, per fare in modo che la selvaggina finisse nelle reti; per fare ciò servivano cani che fossero in grado di controllare l'eccitazione di fronte alla selvaggina anche se a distanza molto ravvicinata e inoltre tendenti ad appiattirsi al suolo nel momento di maggior eccitazione (Campbell, 1981 ).

 

 

 

Figura 12: tipico esemplare di kurzhaar

 

 

  • Cani da riporto, da cerca e da acqua.

I retriever hanno subito una selezione che ha permesso di ottenere una elaborazione dei comportamenti di “riporto” in associazione ad una sequenza di caccia e alle cure verso un compagno o alla prole ( Overall, 2001 ).

Anche questo gruppo è formato prevalentemente da cani usati originariamente nella caccia, specificamente per il ritrovamento della selvaggina abbattuta ed il suo recupero, anche dall’acqua (Retriever) o anche per lo scovo, pur senza ferma (Spaniel).

 

Figura 13 : esemplare di labrador retiever durante le prove di riporto della selvaggina

 

Della sequenza predatoria i retriever hanno conservato solo la fase di localizzazione ed il morso per afferrare. Lo sconfinamento nella fase successiva (morso per uccidere) si traduce in un difetto grave detto “bocca dura”, caratteristica che ha base genetica ed è quindi molto difficile da correggere (Coppinger, 2001).

Il lavoro originario del retriever prevedeva che cercasse il selvatico abbattuto, lo recuperasse anche dall’acqua e lo riconsegnasse intatto al cacciatore. Questo altruistico intento prevede che il cane accetti incondizionatamente le prerogative di possesso del leader/proprietario su una risorsa allettante come un animale morto (Andina, 2002)

Gli Spaniel sono cani da cerca, prevalentemente usati su selvaggina da penna, che battono il terreno con il naso a terra per trovare il selvatico e farlo passare davanti al fucile del cacciatore. Non fermano e non abbaiano, ma usano molto la coda per comunicare la distanza della preda (modificando frequenza e tipo di scodinzolio) .

Tra i cani da caccia possessività e combattività sono molto basse perché controindicate per il lavoro (gli Spaniel spesso devono anche riportare) (Andina, 2002)

 

  • Cani da compagnia.

I cani selezionati per la compagnia conservano comportamenti infantili anche da adulto come la richiesta di attenzioni, la propensione al gioco e lo scarso istinto predatorio. Non avendo mai dovuto lavorare, tendenzialmente non sono particolarmente addestrabili (fanno eccezione i barboni), e nemmeno possiedono repertori lavorativi istintivi (come per esempio Terrier e bassotti) (Andina, 2002)

 

  • Levrieri

I levrieri sono forse i cani di razza più antichi, e praticamente hanno conservato inalterata la loro forma nei secoli. Il gruppo è decisamente omogeneo e da una razza all’altra variano quasi solo la taglia e il mantello. La forma è costante perché determinata dalla funzione, che è quella di sviluppare la velocità massima nella caccia ad inseguimento a vista. Il tipo di preda ed il clima della regione geografica di origine ha influenzato le dimensioni e la lunghezza del pelo: i cani che cacciavano piccoli animali come lepri e gazzelle sono più leggeri e piccoli, quelli che si dovevano cimentare contro lupi, cinghiali, leopardi o cervi hanno sviluppato ovviamente una taglia più cospicua.

Esistono due ceppi di levrieri: gli orientali (Saluki, Sloughi, Azawak e Afghano) e gli europei (Greyhound,Deerhound, Irish Wolfhound, Whippet, Piccolo levriero italiano, Borzoi russo, Galgo spagnolo, Magiar Agar e levriero polacco) (Fiorone, 1970).

Nei cani orientali tipo di caccia era abbastanza istintivo, non particolarmente curato nell’aspetto stilistico, e non bisognoso di addestramenti specifici. La preda veniva localizzata dai cacciatori a cavallo, eventualmente con l’aiuto di altri cani o falchi, a quel punto venivano liberati i levrieri che inseguivano e atterravano l’animale (spesso tramortito dalla violenza dell’impatto ad alta velocità) che veniva poi finito dai cacciatori (il corano vieta l’assunzione di carni di animali che non siano stati macellati dall’uomo per iugulazione).

Dal punto di vista comportamentale le peculiarità dei levrieri orientali sono quindi l’istinto predatorio molto marcato, che li porta ad inseguire (e raggiungere) qualunque cosa si muova (Andina, 2002)

In Europa la caccia coi levrieri è stata oramai eliminata ed eventualmente sostituita con forme di sport quali Coursing (di campagna) e Racing (su pista) (Fiorone,1970)

  • Cani da cinghiale

I cani da cinghiale (boarhound) sono tra le poche razze che hanno subito una selezione che porta ad ottenere il comportamento predatorio di attacco ed uccisione della preda (Fox, 1978; Bradshaw & Brown, 1990; Overall, 2001 )

 

 

In Scandinavia sono stati attuati studi che hanno tentato di esaminare la genetica delle capacità di caccia in specifiche razze. Alcuni di questi studi prevedevano l'utilizzo di test (Willis, 1995 ): uno dei più recenti ha esaminato setter inglesi e finnish spitz, che sono due razze molto utilizzate per la caccia in Scandinavia. È stata calcolata l’ ereditabilità di varie caratteristiche così come le correlazioni tra le caratteristiche genotipiche e fenotipiche. I ricercatori hanno utilizzato 5985 test su setter inglesi, ottenuti da 168 cani e 4000 per 164 test su finnish spitz ottenuti da 736 cani. I risultati del lavoro indicano che l’ereditabilità stimata per i setter inglesi tende ad essere più alta che nei finnish spitz, ma gli autori mettono in evidenza che alcuni caratteri non mostrano una distribuzione normale. Le indicazioni sono quindi che le caratteristiche legate all'abilità della caccia sono ereditabili e che con tecniche migliori di valutazione del punteggio si può giungere a progressi notevoli nello studio della genetica di cani da caccia (Willis, 1985; Houpt et al. 2001)

 

Nel 1998 Schmutz e Schmutz stimarono le abilità di sette caratteristiche di caccia in cinque razze utilizzando test progettati dalla North American Versatile Dog Association

 

Le caratteristiche erano:

-utilizzo del naso ( fiuto ),

-ricerca

-riporto in acqua

-puntare

-seguire la pista

-desiderio di lavorare

-cooperazione

 

La ripetitività dei test era bassa e non significativa, ma i cani utilizzati per il secondo test erano quelli che avevano fallito il primo a e questo poteva aver favorito un miglioramento delle capacità di risposta (Houpt, 2001 )

Christansen ha studiato (2002) le differenze comportamentali in tre di razze di cani da caccia nei confronti delle pecore domestiche.

Durante le corse liberi in aperta campagna i cani domestici occasionalmente dimostrano comportamento predatorio nei confronti delle pecore domestiche: questo   studio norvegese ha lo scopo di investigare le inclinazioni ad aggredire le pecore in tre gruppi di cani da caccia in Scandinavia.

Viene osservato il comportamento di 41 elkhound, 29 segugi e 68 setter inglesi. Comportamenti indicativi della motivazione all'attacco delle greggi sono stati esaminati secondo diversi aspetti attraverso dei test : abilità di caccia, reattività ai rumori improvvisi e risposta nei confronti di una pecora rimasta isolata. Si è svolto un test che consisteva nell'osservare la reazione dei cani nel confronto diretto  con le pecore. I cani erano lasciati senza guinzaglio e si è impedito loro di aggredire le pecore attraverso l'ausilio di collari elettrici. Un questionario è stato compilato dei proprietari per conoscere i precedenti contatti di cani con le pecore.

Non sono emerse differenze sostanziali nei comportamenti tra i due sessi.

Gli elkhound hanno manifestato maggiore interesse nei confronti delle pecore isolate e hanno mostrato maggiore motivazione iniziale nella caccia, la maggiore percentuale di essi ha intrapreso un attacco e la maggior parte ha ricevuto scosse elettriche per impedire l'aggressione alla pecora.

I segugi si sono dimostrati intermedi nelle reazioni, mentre i setter hanno dimostrato le più basse valutazioni nelle tre variabili. I cani sopra i tre anni di età hanno mostrato percentuali maggiori di motivazione iniziale e attacchi più frequenti rispetto ai cani anziani. Tuttavia non ci sono state differenze di età nel numero di scosse elettriche fornite.

 In Norvegia è stato fatto un altro studio sulla stima dei parametri genetici riguardo alla performance di caccia di razze di cani da caccia (Brenoe, 2002 )

In questo Paese l'allevamento di cani da caccia si basa parzialmente su test attitudinali eseguiti in campo.

I cani vengono testati individualmente e le performance riferite a 7 caratteristiche vengono giudicate utilizzando un punteggio che va da 1 a 6.

Le caratteristiche sono:

-desiderio di cacciare

-velocità

-stile

-indipendenza

-ampiezza di ricerca

-capacità di lavoro in campo

-cooperazione

In aggiunta viene registrato il numero di uccelli scovati.

Basandosi su un numero di registrazioni che va dalle 1893 alle 2602, i parametri genetici tra razze German Short- haired Pointer, German Wire haired pointer e Brittany spaniel sono stati valutati utilizzando “ animal model” e “REML- analysis”.

Le ereditabilità stimata per le caratteristiche di caccia varia da h2- 0.06 a  0,28. La ripetibilità varia da R= 0.11 a 0,48.

 

In conclusione questo testo è applicabile come fonte d'informazione sulla selezione di razze d'allevamento. Comunque non è stata trovata una significatività per l’abilità a scovare la selvaggina (Brenoe et al 2002).

 

 

 

 

 

 

 

 

1.8  L’aggressività predatoria come disturbo comportamentale nel cane domestico.

Dal punto di vista evolutivo i cani non hanno subito grosse trasformazioni dal tempo in cui cacciavano e uccidevano per procurarsi cibo: in effetti alcune razze vengono ancora oggi selezionate per cacciare o inseguire la preda e, se non proprio per ucciderla e mangiarla, almeno catturarla. Tra queste razze spiccano i terrier, i bassotti e altre razze di cani da caccia. Non c'è quindi da stupirsi che i cani possono talvolta manifestare questa attitudine ancestrale, anche se non hanno ricevuto in tal senso uno specifico addestramento ( Campbell, 1981 ).

Questo tipo di aggressività si riferisce alla naturale tendenza dei carnivori ad uccidere per procurarsi cibo. Cio’ diviene modellato, nei cani da caccia, insegnando loro il riporto, l'inseguimento della volpe o di altre prede. Quando il cane attacca gatti o piccoli animali, il comportamento predatorio diventa però un problema (Hart & Hart, 1989).

In clinica, l'aggressività predatoria è spesso implicata in situazioni di predazione di bestiame o di animali di bassa corte. ( talvolta anche di selvaggina nelle riserve di caccia ). ( Pageat, 1999 )

Si tratta di comportamenti fisiologici, per i quali i metodi educativi sono poco efficaci e che rappresentano spesso per il clinico una sconfitta ( Pageat, 1999 ) .

Due classi di soggetti e relativi comportamenti problematici sono generalmente accomunati nella diagnosi di aggressività predatoria senza uno spirito critico: i cani che inseguono, puntano, o silenziosamente predano piccoli animali, come uccelli, scoiattoli, gatti, altri cani e talvolta bambini molto piccoli, e quelli che danno la caccia agli oggetti in movimento come ad esempio biciclette( Overall, 2001 ).

Nell'ultimo caso si può avere lo stesso tipo di reazione, ma si potrebbe trattare anche di aggressività territoriale: avvertimenti così plateali come quelli di un cane che abbaia dietro ad un ciclista che ha oltrepassato i limiti del suo territorio evidenziano l'intenzione di delimitare i propri confini e non sono una caratteristica dell'aggressività predatoria. Se l'aggressività predatoria può comprendere le azioni verso gli oggetti in movimento, è probabile che un'analisi del comportamento manifestato rivelerebbe differenze che distinguono questa forma da quella rivolta verso altri esseri viventi( Overall, 2001 ).

I cani che abbaiano verso persone e oggetti in movimento sono potenzialmente meno pericolosi di quelli che inseguono silenziosamente ( Overall, 2001 ).

Muoversi in modo furtivo è parte del comportamento di caccia e il cane che manifesta tale atteggiamento può prendere delle decisioni non condivise da un uomo su cosa o chi sia la preda  (Polsky, 1975 ).

 Spesso l'animale non viene mangiato, ma ucciso o trascinato via. In aggiunta al problema di un cane che preda gli animali da compagnia dei vicini di casa, l’aggressività predatoria verso i piccoli animali può essere premonitrice dello stesso tipo di comportamento verso i neonati sebbene non esistano dati che confermano che cani che hanno manifestato episodi di aggressività verso i lattanti, l'avessero  già manifestata  precedentemente verso altri animali (Overall, 2001).

La sequenza messa in atto è una predazione di piccola preda facilmente identificabile. Si riscontra questo comportamento in cani che non sono mai stati messi a contatto con bambini ( Pageat, 1999)

Talvolta si osservano azioni predatorie che hanno l’uomo come vittima (Pageat, 1999 ) anche se raramente osservati in Europa, questi comportamenti sono stati  descritti frequentemente negli Stati Uniti, provocati da cani randagi organizzati in bande, ma anche in Asia ove i cani paria uccidono ogni anno un certo numero di persone. Si tratta di cani non socializzati con l’ uomo In questi casi, l’uomo viene considerato come una qualsiasi preda di grandi dimensioni, e sono più frequente vittime di attacchi i bambini e  gli anziani  (Pageat, 1999 ) .

Tra il 1979 e il 1996 negli Stati Uniti si sono verificati 304 decessi a causa di aggressioni da parte di cani domestici e 6 attacchi fatali in Canada tra il 1994 e il 1996. In genere gli attacchi fatali sono causati da branchi di cani, come avvenne nel 1999, quando una famiglia intera fu aggredita da un branco di cani da slitta lasciati in libertà su un’isola disabitata durante la stagione estiva.

Si tratta di una prassi comune tra  i musher americani: i cani da slitta vengono lasciati per diversi mesi isolati dall’uomo in modo da aumentare la coesione all’interno del branco. Pur essendo regolarmente nutriti, i 4 cani, incrocio labrador- husky, hanno aggredito e ucciso due membri della famiglia, consumandone le carni (Avis e Simon 1996).

In Europa, tra le persone che ogni anno sono vittime di cani, si osservano casi di predazione da parte di soggetti abitualmente rinchiusi, senza contatto con l’uomo e tenuti solo per proteggere i beni del loro proprietario. Quando questi cani scappano possono attaccare una persona isolata che si metta fuggire di fronte al loro comportamento generalmente minaccioso ( Pageat, 1999 )

Questi cani sono eccessivamente pericolosi e non conosciamo, attualmente, nessun metodo per modificare efficacemente in modo duraturo il loro comportamento ( Pageat, 1999 ).

L’aggressività predatoria del cane costituisce spesso un problema negli ambienti rurali, dove spesso i capi di bestiame restano vittima di cani rinselvatichiti o di cani, che pur avendo un proprietario, vengono lasciati liberi di vagabondare.

Questo fenomeno è particolarmente frequente negli Stati Uniti e in Australia dove in genere i cani non predano i capi  per alimentarsi e il tratto di riconoscimento consiste nella mutilazione indiscriminata della preda.

 

 

 Figura 14 : Queste pecore esibiscono la mutilazione indiscriminata che deriva comunemente dagli attacchi del cane

 

 

 

Non sempre risulta facile stabilire quale sia stata la specie responsabile dell’aggressione a causa della variabilità delle dimensioni della dentatura e della taglia del Canis familiaris.

Non solo le impronte dei denti risultano poco chiare (i tessuti vengono strappati) ma anche le piste sono altamente variabili a causa del peso e della dimensione: tuttavia le tracce canine sono tipicamente più rotonde, le unghie sono più prominenti rispetto al coyote e più grandi di quelle delle volpi. A differenza dei coyote, le tracce posteriori del cane sono leggermente più spostate da un lato. Inoltre,le tracce fatte nello stesso tempo e luogo che variano molto nelle taglia suggeriscono una predazione canina, specialmente in prossimità delle zone urbane  (Wade e Bowns, 2004)

In Australia i predatori sono costituiti dal cane  e soprattutto dal dingo: nel 2000 il Ministero dell’agricoltura ha diffuso un documento contenente utili informazioni agli allevatori per riconoscere i segni delle predazioni da parte dei dingo.

Il tratti caratteristici della predazione del dingo sono la quasi totale assenza di segni esterni e  i morsi inferti nella parte posteriore del corpo dell’animale.

 

                                                                       

Figura 15. Pecora uccisa da un dingo: sangue e ferite esterne quasi assenti

 

 

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1.9 La frequenza cardiaca come  indicatore dello stato emotivo

La frequenza cardiaca è un parametro fisiologico utilizzato per la valutazione della presenza di stress (eustress, distress o neutrale).

L’aumento o la diminuzione della frequenza cardiaca è determinato dal livello di catecolamine (amine biogene) : come risposta iniziale allo stress l’aumento di catecolamine può portare a tachicardia, ma la bradicardia è una risposta a lungo termine (Overall, 2001).

Secondo alcuni autori ( Fox, 1978 ) la frequenza cardiaca è influenzata dal livello di socializzazione tra uomo e cane; Pavlov già nel 1927 fece delle ricerche in merito all'influenza che la presenza dell'uomo poteva avere sulle relazioni tra  sistema nervoso autonomo, comportamento, riflessi condizionati e nervosi; negli animali esaminati rilevò un aumento da 10 a 80 battiti cardiaci al minuto nel momento in cui una persona entrava nella stanza in cui era posto cane, e una riduzione da cinque a 40 battiti come risposta all'accarezzamento.

La frequenza cardiaca risulta essere un indicatore estremamente sensibile delle variazioni, anche minime, dell’omeostasi, conseguenti a stimoli di diversa natura, variando assai rapidamente  e segnalando detti cambiamenti ancor prima che si rendano evidenti sia a livello ormonale  sia come risposte comportamentali (Stohr, 1988). Quindi la variazione di frequenza cardiaca può essere considerata un parametro indicativo e attendibile della risposta di un animale ad uno stress acuto (Broom e Johnson, 1993; Vincent e Leahy, 1997 ).

Oltre a mettere in evidenza lo stato di stress dell'animale, la frequenza cardiaca risulta essere un buon indicatore dello stato emotivo del cane ( Fox, 1978; Kostarczyk, 1992), poiché incide grandemente sul battito cardiaco.

Le carezze, per esempio, evocano una degenerazione cardiaca nel cane in seguito a stimolazione del parasimpatico ( Fox, 1978 ) quando questo tipo di stimolazione tattile rappresenta per il soggetto una ricompensa (Kostarczyk e Fonberg, 1980 ), qualora esse siano inserite in un contesto emozionale positivo o piacevole (Gantt, 1944).

Inoltre la bradicardia evocata dall'accarezzamento (petting) non è un semplice riflesso, ma piuttosto una componente integrante delle reazioni emozionali verso la persona che sta compiendo l'azione (Lynch, 1970).

Infatti, la decelerazione cardiaca del battito cardiaco può non manifestarsi uno, addirittura, essere sostituita da una accelerazione cardiaca se la persona che accarezza il cane e adesso sconosciuta (Royer e Gantt, 1961).

La decelerazione cardiaca avviene, di solito, immediatamente dopo l'inizio delle carezze, mentre la cessazione delle carezze è seguita da una improvvisa accelerazione del battito cardiaco (Kostarczyk, 1992).

La risposta cardiaca alle carezze è comunque fortemente correlata allo stato di tensione in cui si trova l'animale e alla sua emotività (Newton e Gantt, 1968).

Un cane che viene coccolato da una persona la quale, poco innanzi, lo abbia punito, non mostrerà decelerazione, bensì un'accelerazione del battito cardiaco (Gantt, 1944).

I parametri cardiovascolari (frequenza cardiaca e pressione arteriosa ) si sono dimostrati utili anche per individuare il temperamento di un soggetto (Vincent e Michell, 1995).

Date le caratteristiche di questo parametro, risulta essenziale qualora si voglia valutare la frequenza cardiaca come indicatore di stress o dello stato emotivo del cane, l'utilizzo di strumenti rilevatori non invasivi (Spodick, 1980; Beerda et al., 1997; Vincent e Leahy,1997).

La telemetria risponde a dette  esigenze, in particolare il cardiofrequenzimetro “Polar Sport Tester” ad uso umano risulta idoneo per la misurazione delle risposte allo stress in diverse specie animali (Hopster e Blockhuis, 1994; Vincent e Leahy, 1997).

I valori di frequenza cardiaca registrati telemetricamente con il cardiofrequenzimetro , risultano altamente correlati a quelli ottenibili tramite l'esame elettrocardiografico (Hopster e Blockhuuis, 1994 ), dunque a quanto affidabili.

Per identificare lo stato emotivo, di stress o addirittura di benessere del cane, la registrazione delle variazioni della frequenza cardiaca, attraverso metodiche non invasive, pur essendo un buon indice è sempre auspicabile sia abbinato ad un altro parametro, quali possono essere le osservazioni comportamentali (Vincent et al., 1993).

Le risposte cardiache dipendono inoltre dall'attività motoria e respiratoria (Coote, 1975) anche se questi due sistemi non hanno un impatto diretto sull'attività cardiaca (ossia la in movimento non evoca necessariamente un aumento dell'attività cardiaca ).

Tuttavia si può avere un'influenza, derivata da una mediazione a livello centrale, ovvero l'anticipazione o la preparazione al movimento, possono evocare un'accelerazione del battito cardiaco di un soggetto immobile (Obrist e Sutterer,1972).

Utilizzando le osservazioni comportamentali, abbinate alle variazioni della frequenza cardiaca possiamo quindi ottenere il reale quadro dello stato psico fisiologico in cui si trova l'animale poiché riducono qualsiasi tipo di interferenza o artefatto (Beerda et al, 1998).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2

Scopo dello studio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2. Scopo dello studio

 

Scopo della tesi è studiare le differenze comportamentali tra le diverse razze canine in modo da valutare come e quanto abbia influito la selezione artificiale operata dall’uomo attraverso l’allevamento selettivo nella modificazione di questo istinto.

La domesticazione ha influito sui pattern comportamentali relativi alla predazione del Canis familiaris: le sequenze di caccia che il lupo esibisce in modo completo risultano troncate nelle differenti razze canine e ciò in virtù della selezione artificiale volta ad ottenere dei cani idonei a svolgere i più diversi compiti come ausiliario dell’uomo (custodia delle greggi, caccia, guardia, traino ecc.)

In questo studio 57 cani (per un totale di 114 prove) appartenenti ai diversi gruppi di razze canine, sono stati sottoposti ad una prova sperimentale volta ad esaminare le reazioni dei soggetti di fronte ad una preda naturale, il coniglio e la quaglia.   

A tale fine è stato costruito un box per testare l’istinto predatorio.

Il box è  costituito da un tunnel di legno della lunghezza di 3 m, con il lato superiore in plexiglas.

All’interno del box è posta una gabbia scorrevole in cui viene posizionata una preda.

Il cane viene posto all’interno del box e si valutano le sue reazioni: il comportamento del cane (postura, mimica, abbaio ecc) viene rilevato attraverso due telecamere, una posta all’interno e una all’esterno del tunnel; la variazione della  frequenza cardiaca viene registrata attraverso un cardiofrequenzimetro Polar dotato di interfaccia per pc, lo spostamento effettuato dal cane sulla gabbia scorrevole viene misurato in cm.

Prima di procedere al test, il cane viene fatto socializzare con il nuovo ambiente e il padrone viene sottoposto ad un colloquio sulle abitudini del soggetto

 

 

             

 

 

 

3

Materiali e metodi

 

 

 

 

 

 

3. 1   L’ambiente

Il test si svolge in un giardino privato recintato da mura.

Tutti i test si svolgono nello stesso luogo in modo da porre ogni soggetto nelle medesime condizioni.

     
   
 
   

Figura 1: pianta dell’ambiente in cui si svolge il test

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


1. INGRESSO

2. AREA DELIMITATA DAI CONI (il cane viene fatto socializzare con il nuovo ambiente, gli viene applicato il cardiofrequenzimetro e viene svolto un colloquio con il proprietario)

 3. SCALE

4.TUNNEL

5. TERRAZZO

 

 

 

 

 

 

 

 

3.2  Il box per testare l’istinto predatorio:

 

  • Il progetto originale

 

Il box realizzato per questo studio nasce dai tunnel artificiali che vengono utilizzati per addestrare i cani da tana.

L’addestramento dei cani da tana esige infatti la costruzione di una tana artificiale interrata in modo  che  la parte superiore sia a livello del suolo. La tana può essere composta da due bracci di galleria, leggermente a gomito, alti 20 cm e larghi 18. L’uno lungo 3 o 4 metri, l’altro 2 o 3 metri.

Tra i bracci deve esserci un cassone, tondo o esagonale, di 30cm di raggio, detto “forno”, con griglie a ghigliottina che permettono di chiudere dall’esterno le due aperture comunicanti con le gallerie. Il cane viene addestrato a collegare l’odore alla presenza fisica del selvatico: affinché il cane si condizioni ad entrare nella tana, si agita una volpe sotto al suo naso. La volpe viene posta nella tana e la si rinchiude nel “forno” centrale, abbassando le due griglie, quindi si incita il cane ad entrare e ad abbaiare alla preda.Quando abbaierà regolarmente al contatto con la volpe, la griglia posteriore verrà aperta e la volpe fuggirà in fondo alla tana (in corrispondenza dell’uscita posteriore sarà stata posta una cassa, anch’essa dotata di sportello a ghigliottina dove si rifugia la volpe). Quando la volpe è nella cassa, si apre lo sportello del “forno” al cane, che si precipita, abbaiando, al termine della galleria.

Poco per volta il cane impara a spingere la volpe in fondo alla tana e può essere iniziato al contatto reale con il selvatico (Frugis, 1970).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Figure 3 e 4 : prerogativa di bassotti e terrier, la caccia in tana presuppone un laborioso addestramento, durante il quale è indispensabile costruire una tana artificiale, costituita da una serie di gallerie sotterranee.

 

  • Il Progetto dell’ Ing.Paladini

 

L’ Ing. Paladini, allevatore e addestratore di bassotti, ha realizzato un box test per l’addestramento dei cani da tana non interrato, costituito da un tunnel di legno con all’interno una gabbia scorrevole in cui viene posizionata la preda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Figura 5: vista laterale del tunnel originale

 

 

Figura 6-7: Dettagli del box realizzato dall’Ing. Paladini

 

  • Il nuovo progetto: descrizione della struttura, modifiche e innovazioni 

 

Per effettuare uno studio sull’istinto predatorio nel cane domestico è necessario mettere a contatto il cane con delle prede naturali.

Studi condotti da Fox (1978) prevedevano un contatto diretto tra cani e prede, ma comportavano il sacrificio sistematico di queste ultime.

Per questo studio è stato necessario costruire un tunnel per mettere le prede in sicurezza, oltre al fatto che il box permette di monitorare in modo più efficace il comportamento esibito dal cane.

Per realizzare il box per l’istinto predatorio, abbiamo apportato numerose modifiche al progetto dell’Ing.Paladini.

La prima modifica ha riguardato la dimensione del tunnel, concepito originariamente per cani da tana di piccole dimensioni quali i bassotti.

 

Abbiamo creato un tunnel con dimensioni “standard” per essere utilizzato anche da cani di grande mole poiché lo scopo dello studio è testare l’istinto predatorio nelle differenti razze canine.

Il tunnel è stato quindi realizzato di 3 metri di lunghezza, 80 cm di altezza e 70 cm di larghezza.

 

 
   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Figura 8 : Vista laterale del tunnel

Per la struttura portante del box è stato utilizzato del legno di abete (perlinature incollate tra loro).

In legno è stata realizzata la base, i due lati e il fondo del box.

La parte superiore è stata invece realizzata in plexiglas per consentire le riprese con telecamera digitale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Figura 9 : Il tunnel visto dall’alto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Figura 10 : Due pezzi di plexiglas sono stati montati alla struttura con apposite cerniere

 

       
       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Figura 11 : Particolare delle cerniere dei pezzi di plexiglas

 

 

 

 

Il nuovo tunnel è stato concepito per poter essere agevolmente montato e smontato in pochi minuti, in modo da poter essere riposto in caso di intemperie (che causerebbero dei danni notevoli alla struttura in legno).

 

 

 

I pezzi sono tenuti insieme da apposite cerniere e si montano con un sistema ad incastro.

       
       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

                                                                                             Figure 12-13-14 : Particolari delle cerniere ad incastro che consentono di montare il box in pochi minuti.

 

 

 

 

 

Il modulo di fondo è provvisto di “angolari” in cui si incastrano i due pezzi laterali, che vengono fissati con dei “ganci a tirante”.

 

 

 

 

Figura 15 : modulo provvisto di “angolari” in cui si incastrano i pezzi laterali

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Figure 16 e 17: ingrandimento di “ganci a tirante”

 

Il tunnel è volutamente sprovvisto di porta: il cane viene inserito nel box per la prova, ma non vi è costretto all’interno in modo da non creare eccessivo stressa.

All’interno del tunnel viene posta una gabbia scorrevole su binari in plastica, che vengono applicati alla base del box.

 

 

 

 

 

Figura 18 : gabbia scorrevole su ruote in cui viene posta la preda

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 19: I binari su cui scorre la gabbia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 20 : dettaglio della gabbia montata sui binari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 21 : particolare delle ruote e dei binari

 

 

 

 

 

 

 

 

La gabbia si compone di una struttura molto leggera, che possa essere quindi spinta anche da cani di piccole dimensioni.

Una griglia di metallo, che consente la messa in sicurezza della preda, viene applicata su una struttura in legno il cui fondo è costituita da un pannello in robusto cartone (in modo che il cane non veda la lunghezza intera del tunnel dalla sua posizione, ma solo l’ampiezza della gabbia in cui si trova la preda).

 

Nel pannello di cartone viene realizzato un buco delle dimensioni dell’obiettivo di una telecamera: all’esterno della gabbia infatti viene fissata una telecamera per consentire le riprese anche all’interno del box.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 22 : pannello di cartone con supporto per telecamera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figura 23 : telecamera che consente le riprese all’interno del tunnel

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per assicurare maggior stabilità alla struttura, sono state realizzate due traversine in legno

 

 

 

 

Figura 24 : le traversine sono poste tra i due moduli longitudinali per garantire maggiore stabilità al box

 

 

 

 

 

Al fine di registrare lo spostamento in centimetri effettuato dal cane sulla gabbia scorrevole, un metro è stato applicato al bordo superiore del tunnel

 

 

 

 

 

 

 

Figura 25 : metro di carta applicato sul bordo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3.3 Le prede

 

Nei diversi contesti storici e geografici il Canis familiaris  è stato predatore naturale delle più differenti specie animali.

A fianco dell’uomo il cane domestico è stato allevato ed addestrato per la caccia alle prede più diverse.

In Norvegia l’elkhound (cane di tipo spitz) era impiegato per la caccia all’alce, mentre il deerhound, levriero irlandese, veniva utilizzato in passato per la caccia al cervo.

Già nel Medioevo i giapponesi akita inu erano addestrati alla caccia all’orso effettuata con l’ausilio dei falconi.

In Inghilterra fino a pochi mesi or sono la nobiltà organizzava battute di caccia alla volpe con al seguito le mute dei segugi foxhound.

 

Ancora oggi i setter, i pointer, i drathaar sono addestrati per la caccia ai volatili (in inglese vengono indicati infatti con il nome di “bird dog”) mentre bassotti e terrier si scontrano nelle tane con tassi e volpi, così come i cirnechi siciliani vengono addestrati per la caccia alla lepre nei cespugli spinosi  alle pendici dell’Etna.

In questo studio abbiamo scelto di utilizzare due specie differenti: una da penna (Coturnix coturnix ) e l’altra da pelo (Oryctolagus cuniculus) in modo da saggiare in modo più completo le inclinazioni dei soggetti esaminati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Oryctolagus cuniculus

(Coniglio selvatico)

 

Figura 26: coniglio selvatico

 

 


Progenitore di tutti i conigli domestici, è un roditore simile alla lepre, ma di forme meno snelle e di dimensioni minori (cm 45 di lunghezza per un peso di 1-2 chili). Il pelo è bruno-giallastro. Le orecchie sono meno lunghe e la piccola coda, bordata di bianco, viene tenuta in posizione verticale durante la corsa.  Di solito si muove a piccoli balzi, ma se si sente minacciato può aumentare molto l'andatura e compiere una serie di bruschi zig-zag per disorientare gli inseguitori. Le orme e l'andatura del coniglio selvatico si distinguono da quelle della lepre solo per le minori dimensioni.                                                                 Vive in colonie, anche molto numerose, e scava lunghissime tane con numerose uscite. È piuttosto difficile da vedere, perché ha abitudini crepuscolari o notturne; la sua presenza si può rilevare in inverno dalla "scorticatura" delle cortecce, di cui si nutre in mancanza di germogli freschi, e dai mucchi di escrementi piccoli e sferici. Un altro segno della sua presenza sono le piccole buche, allungate e poco profonde, scavate allo scopo di raggiungere bulbi e radici. (www.icborsi.it)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Coturnix coturnix

(Quaglia)

 

 

 

 

 

 

 

 

Le parti superiori del piumaggio sono grigio-brunastre, con tonalità castane su guance e zona auricolare. La gola è biancastra, nei maschi con macchia centrale scura. Non ci sono  variazioni stagionali. I giovani sono  simili alla femmina. La muta post-nuziale completa avviene da agosto ad aprile, ultimata nei quartieri di svernamento. Difficilmente osservabile in natura, più frequentemente individuabile dal canto, diverso nei due sessi. In volo può essere confusa con giovani di altre specie di Fasianidi. E’ l’unico Galliforme migratore, tuttavia le popolazioni più meridionali sono soprattutto sedentarie. Quartieri di svernamento nell’Africa subsahariana. L’alimentazione è essenzialmente vegetariana, arricchita in primavera da invertebrati. L’ambiente preferito è rappresentato da zone aperte, piuttosto xeriche a dominanza di graminacee, "steppe cerealicole", incolti, ecc., dal livello del mare fino a oltre 2500 m. Nidifica al suolo, generalmente nei cereali (www.regione.emilia-romagna.it).

 

Cura e sistemazione:

Nei mesi in cui sono stati effettuati i test, le prede hanno trovato ricovero in una serra che fino alla metà del secolo scorso  fungeva da pollaio (dotato di acqua corrente e canale di scolo).

Sia i conigli che le quaglie sono stati lasciati liberi in uno spazio di 1,30 di larghezza per 4 metri di lunghezza ( i conigli selvatici avevano libero  accesso al giardino per alcune ore al giorno).

Di ogni specie (quaglia e coniglio) sono stati scelti due esemplari in modo da alternarli durante le prove per cagionare loro meno stress possibile.

Massima cura è stata posta nella salvaguardia delle prede, sia a livello etologico che fisiologico.

 

 

 

3.4 I soggetti da esaminare: strumenti di ricerca, modalità e difficoltà

 

Una delle difficoltà principali di questo studio ha riguardato la ricerca dei soggetti da esaminare.

Lo studio verte sulle differenze tra le diverse razze canine racchiuse in gruppi da noi scelti, di conseguenza sono stati ricercati soltanto soggetti di razza pura, escludendo cani meticci e incroci.

E’ stato necessario trovare dei proprietari disponibili a portare il proprio cane nell’ambiente dove si svolge il test dal momento che non era possibile trasportare il tunnel e che ogni cane doveva essere posto nelle medesime condizioni ambientali in modo che lo studio fosse condotto con criteri più obiettivi ed attendibili.

 

Il mezzo di ricerca per trovare soggetti disponibili è stata soprattutto una massiccia  distribuzione di volantini (v. figura 28) che sono stati collocati

-       nelle aree cani e nei parchi pubblici della città di Milano

-       negli studi veterinari

-       durante le esposizioni cinofile

-       in numerosi negozi di animali

-       nelle bacheche dell’Università di Milano

-       in diversi locali pubblici

 

Numerosi allevatori sono stati contattati via posta elettronica per essere invitati a partecipare con i propri soggetti.

Diversi annunci sono stati collocati nei forum dei siti web che si occupano di animali domestici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

        

                  Hai un cane di razza?

 

PER TESI SUL COMPORTAMENTO CANINO

                                                    CERCASI

                                    PROPRIETARI DISPONIBILI

                     A PARTECIPARE  CON IL PROPRIO CANE

                                    A BREVI TEST CARATTERIALI.

 

 

 


                           I TEST DURANO CIRCA 20 MINUTI  E

                               SI SVOLGONO IN UN GIARDINO

           PRIVATO  DOVE IL TUO CANE POTRA’ RILASSARSI

                          E GIOCARE SENZA  GUINZAGLIO.

 

 

I TEST NON SONO ASSOLUTAMENTE COERCITIVI : SI OSSERVA

IL COMPORTAMENTO CHE IL CANE ESIBISCE DURANTE LA PROVA

                           
     
     
       
 
 
 
   
     
     
     
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Figura 28 : Esempio di volantino utilizzato per la ricerca dei soggetti (disegni di Livia Conterno)

 

3.5 L’anamnesi

Prima di svolgere il test, il proprietario era sottoposto ad un breve questionario al fine di inquadrare le abitudini e il contesto ambientale in cui il cane era inserito.

In particolare per lo scopo dello studio era importante indagare sui contatti precedenti dei soggetti con altre specie selvatiche o da reddito e  sul tipo di addestramento cui era stato sottoposto (ad esempio addestramento alla caccia)  al fine di correlare, durante l’analisi statistica, le variabili ambientali con l’istinto predatorio.

 

 

NOME:

Razza:

Età:

Maschio    □      Femmina □

 

Cane acquistato in       □ allevamento     □ famiglia     □ negozio     □  altro

                                  All’età di ________________

 

E’stato possibile vedere i genitori?□ no   □ madre    □ padre   □entrambi

 Osservazioni ____________________________________________

Contatti con altri cani adulti_________________________________

Quanti cuccioli erano in tutta la cucciolata? □ non so  □____________

Eventuali problemi di salute__________________________________

 

Ambiente                      □ campagna       □ città            □ altro

Abitazione                    □ appartamento  □ casa con giardino

Presenza di altri animali in casa

                                     □ no           □ cane    □ gatto     □ coniglio   □ altro

Alimentazione              □ cibo secco  □ cibo umido  □ zuppa casalinga con carne cotta

                                      □ zuppa casalinga con carne cruda   □ altro

Attività di gioco            □ pallina   □ giochi in plastica con fischietto

                                       □ salamotto d’addestramento   □ giochi in corda (nylon) 

Quante volte al giorno esce ? _____________

□ libero al parco/campagna    □ libero nelle aree cani □solo al guinzaglio

Il cane manifesta la predisposizione ad inseguire    □ biciclette □ cani piccoli  □persone

Durante le passeggiate vi è capitato di incontrare qualche animale selvatico?_________

Il cane è stato addestrato per qualche attività? □ caccia  □ guardia  □ agility 

Figura 29 : Esempio di questionario sulle abitudini e l’ambiente del cane

 

 

3.6Svolgimento del test e protocollo sperimentale

 

Prima del test:

Preparare il materiale:

-       Scheda anamnesi

-       Polar, spugna, vaporizzatore, molletta, asciugamano

-       Coni in posizione fissa nel giardino

-       Telecamere in posizione “zoom tutto indietro”, batterie cariche, cassette

-       Quaglia e coniglio già nei trasportini posizionati nella stanza

 

Svolgimento del test

  • prima di entrare nell’ambiente nuovo è necessario che il proprietario abbia provveduto alla “passeggiata igienica”

 

INIZIO:

ACCENDERE LA TELECAMERA NUMERO 1 (POSIZIONE 90°, ZOOM TUTTO       INDIETRO) VERSO IL GIARDINO.

  • prima di cominciare, il proprietario esegue un giro del giardino         con il cane al guinzaglio.(circa un minuto)

 

  •  il proprietario resta fermo al centro del giardino con il cane al guinzaglio: risponde alle domande del questionario e al cane viene fatto indossare un cardiofrequenzimetro

 

LEGGERE AD ALTA VOCE L’ORARIO DI INIZIO DELLA REGISTRAZIONE DEL BATTITO CARDIACO

 

GIRARE LA TELECAMERA 1 IN POSIZIONE 0°

 

  • Il proprietario conduce il cane verso il box dell’istinto predatorio          (preda non presente) e fa socializzare l’animale  circa con il nuovo oggetto

 

  • Il cane viene condotto a circa cinque metri dal box, mentre l’operatore prende la preda e la posiziona nel box stesso

 

 

AZIONARE LA TELECAMERA 2

 

  • Il cane viene introdotto nel box e viene liberato dal guinzaglio
  • Si osserva il comportamento del cane e se ne rileva il comportamento con l’ausilio della telecamera

 

3.7 La documentazione

 

Le telecamere: il comportamento che il cane esibisce viene regIstrato con l’ausilio di due telecamere.

Una telecamere (come mostrato in Fig 14) viene posta all’interno del tunnel  e riprende il comportamento del cane dal punto di osservazione della preda.

Una seconda telecamera (digitale) viene posta in cima ad un treppiede  posto in fondo al tunnel (all’esterno).

 

 

Il cardiofrequenzimetro

Per questo studio è stato utilizzato un cardiofrequenzimetro Polar Vantage costituito da fascia toracica e display da polso per rilevare le variazioni nella frequenza cardiaca dei soggetti esaminati durante il test.

Il segnale viene rilevato ogni 5 secondi.

Il Polar Vantage è dotato di interfaccia per pc, in questo modo è possibile ottenere un tracciato cardiaco corrispondente alla prova.

Non per tutti i soggetti è stato possibile rilevare un tracciato cardiaco completo : alcune caratteristiche morfologiche come il pelo lungo e folto o il torace stretto impediscono la buona ricezione del segnale (gli elettrodi devono rimanere aderenti al torace).

Nel caso di perdita del segnale è stato ritenuto opportuno non interrompere la prova per non compromettere la validità dei risultati (ricominciare le prova può causare stress nel soggetto e può determinare un calo di interesse nei confronti della preda).

 

Lo spostamento in cm effettuato sulla gabbia scorrevole

Durante la prova il cane può spingere la gabbia scorrevole.

Alcuni comportamenti quali lo spingere con il muso, il grattare sulla rete con una o entrambe le zampe, determinano uno spostamento che viene misurato in cm e il cu valore numerico sarà utile per quantificare il valore di istinto predatorio nel singolo soggetto.

 

 

 

 

 

 

 


Figura 30: metro in carta per rilevare lo spostamento in cm

 

 

 

 

 

 

 

 3.La lettura del comportamento attraverso le videocassette

 

Durante la prova tra cane e preda non avviene nessun contatto fisico.

Per testare tutta la sequenza dell’istinto predatorio, avremmo dovuto sacrificare le prede, fatto eticamente contestabile.

Lo scopo di questo test è valutare l’interesse che il cane domestico dimostra nei confronti di una sua preda naturale.

Tale interesse si può manifestare una serie di comportamenti che possono essere sintomi di curiosità (scodinzolare o annusare) o che indicano un desiderio di raggiungere attivamente la preda (mordere la rete o grattare con le zampe contro il box).

Di ogni possibile comportamento, si è registrata la frequenza in numero di volte, in seguito ogni comportamento è stato pesato attribuendogli un coefficiente.

Non esiste una bibliografia specifica e non sono stati condotti test analoghi, di conseguenza per questo studio è stato elaborato un protocollo innovativo.

 

I comportamenti possibili in questo test sono i seguenti

 

 

 

  • Il cane ignora la preda:

il soggetto viene introdotto nel box e pur non dimostrando paura e restando tranquillo, non mostra alcun interesse nei confronti della preda.

 

 

 

 

Figura 31

 

 

 

 

 

 

  • Il cane annusa la preda:

il cane introdotto nel tunnel mostra interesse annusando più volte la preda.

 

 

 

                                                               

 

                                                                     Figura 32

 

 

  • Il cane esce dal box:

il cane esce spontaneamente dal box.

Alcuni soggetti, dopo aver dimostrato un evidente disinteresse, escono dal box. Altri soggetti, invece, escono dal box dopo aver esibito una serie comportamenti finalizzati alla diminuzione della distanza con la preda (precede per prove ed errori).

In questo caso il cane esce dal box per cercare di raggiungere il coniglio in modo alternativo: annusa, gira intorno al box, ecc.

                                                                                          Figura 33

 

  • il cane resta immobile e fissa la preda

in questo caso il soggetto resta nel tunnel e si dimostra interessato alla preda, tuttavia non compie alcuna attività.

Fissa a lungo la preda studiandone i movimenti.

E’ interessante notare (vedi oltre) come in molti soggetti a questa immobilità corrisponda un picco nell’attività cardiaca.

                                                                                                Figura 34

 

 

 

  • Il cane gratta con la zampa

Il cane dimostra interesse nei confronti della preda e cerca di raggiungerla grattando sulla griglia con la zampa

 

 

 

 

 

                                                                                     Figura 35

                                                                   

                                                                                         

 

 

  • Il cane scava per terra

Per cercare di raggiungere la preda il cane gratta per terra con entrambe le zampe

 

 

 

 

 

 

                                                                         Figura 36

 

 

 

  • Il cane morde la rete

Alcuni cani manifestano il proprio desiderio di raggiungere la preda e la propria frustrazione mordendo la rete

 

 

 

                                                      

                                                                                                 Figura 37

 

 

 

 

  • il cane spinge con entrambe le zampe.

I cani particolarmente motivati dalla presenza della preda spingono con entrambe le zampe contemporaneamente sulla griglia.

 

 

 

          Figura 38

 

                                                                                                   

  • Il cane punta

    Tipico atteggiamento di punta (pointing)

 

 

 

 

 

 

 

                                                                             Figura 39

 

 

                                                                                                     

  • Posizione di invito al gioco

Coda ed orecchie erette, zampe anteriori

in avanti di fronte alla preda: indica "allertamento" e disposizione ad interagire (Overall, 2001)

 

 

 

 

 

Figura 40

                                                                                     

 

 

 

  • Il cane si lecca le labbra

Questo comportamento ha una funzione et-epimeletica o è indice di appagamento.

E’ un segnale che facilita la riduzione della distanza interindividuale e può indicare ansia (Overall, 2001).

 

 

 

 

                                                                                            Figura 41

 

                                                                             

 

 

 

  • Il cane abbaia

 

L’abbaio indica allertamento-intimidazione oppure ricerca di attenzione (Overall, 2001)

 

 

 

 

 

                                                                                  Figura 42

 

 

 

  • Il cane mugola

Mugolio: funzione et-epimeletica (Overall, 2001)

I cani adulti mugolano quando cercano sollievo dal dolore , come pure in situazioni che determinano una leggera frustrazione (Verga e  Carenzi,1981)

 

  • Il cane ringhia

Il ringhio indica Intimidazione ed è un segnale che facilita l’aumento di    distanza interindividuale (Overall, 2001)

 

  • Il cane scodinzola

Il ruolo dello scondinzolio nel cane non è stato ancora completamente chiarito: probabilmente la sua funzione è di distribuire gli odori nell’aria ai fini del riconoscimento individuale oppure potrebbe essere un segnale di intenzioni pacifiche (Fox e Bekoff, 1975).

Lo scondinzolio può anche essere manifestazione di uno stato di nervosismo o ansia oppure di aggressività (Serpell, 1995).

Secondo Overall (2001)  lo scodinzolamento è soltanto un’indicazione della volontà di interagire .

 

 

  • Il cane salta

Alcuni cani, motivati dalle prede, ne seguono il comportamento saltando da fermi (nel caso della quaglia in particolare).

  • Il cane ha paura:

alcuni cani, di indole particolarmente paurosa, sono così a disagio nell’ambiente nuovo da non entrare neanche nel tunnel.

In questi casi il cane rimane fermo immobile all’esterno del tunnel e non interagisce con l’ambiente (“freezing”), con la coda al di sotto della posizione orizzontale, orecchie all’indietro

In questi cani il timore prevale su qualunque eventuale interesse nei confronti della preda.

  • Il cane spinge con il muso

Alcuni soggetti danno dei colpi con il muso alla rete per cercare di avvicinarsi alla preda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3.9 Esempio di uno svolgimento del test

SCHEDA di WILDE  n° 9 data 21-5-2004 Razza: TERRIER NERO RUSSO

Età: 7 ANNI   FEMMINA

Acquistata in  ALLEVAMENTO (DELLE GRANDI OMBRE)  All’età di 2 MESI

E’stato possibile vedere i genitori?ENTRAMBI

Osservazioni : ALLEVATA IN BUONE CONDIZIONI, MADRE DOMINANTE

Contatti con altri cani adulti ?Sì Quanti cuccioli erano in tutta la cucciolata? 7-8

Eventuali problemi di salute INFEZIONE ALLE ORECCHIE

Ambiente                CITTA’                  Abitazione              APPARTAMENTO

Presenza di altri animali in casa NO   Alimentazione    CIBO SECCO

Attività di gioco   PALLINA, PALLONE DA CALCIO

Quante volte al giorno esce ? 2 libero al parco/campagna   

Il cane manifesta la predisposizione ad inseguire □ biciclette □ cani piccoli □persone ? NO

Durante le passeggiate vi è capitato di incontrare qualche animale selvatico? VACCA  (L’HA IGNORATA)

Il cane è stato addestrato per qualche attività? EDUCAZIONE DI BASE

 

Descrizione dei comportamenti esibiti durante le prove.

Fase 1 ESPLORAZIONE DEL BOX: il cane di dimostra tranquillo, annusa incuriosito l’interno del box.

Fase 2: PROVA CONIGLIO NEL BOX: Il cane entra nel box, annusa, guarda la preda, abbaia, spinge con le zampe, abbaia, spinge con il muso, ringhia diverse volte.

Fase 3: PROVA QUAGLIA NEL BOX: Il cane entra nel tunnel, guarda la preda, entra ed esce diverse volte, abbaia diverse volte, mugola.

 

        Spostamento complessivo del box:     8 con il coniglio

                            0 con la quaglia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TRACCIATO RELATIVO ALLE FREQUENZE

 

 

 

Data 19-5-04

Ore 18.27

Media

143 bpm

Min

86 bpm

Max

213 bpm

Durata 7’07’

 

 

 

 

 

 

           
           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


   

                      = fase di esplorazione del tunnel

 


                        = fase corrispondente alla prova con il coniglio

 


                        = fase corrispondente alla prova con la quaglia

 

 

 Figura 43: esempio di tracciato cardiaco

 

                               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4

Risultati

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4. Risultati e discussione

 

Metodi di elaborazione dei dati raccolti.

 

Raggruppamento:

Sono stati stabiliti 5 raggruppamenti così composti.

 

GRUPPO 1: cani da pastore e bovari.

Include le razze che sono state impiegate per la conduzione delle greggi.

 Comprende

  • 6 pastori tedeschi
  • 1 border collie
  • 1  bovaro svizzero

 

GRUPPO 2: razze attualmente impiegate per l’addestramento alla difesa e all’utilità

  • 5 dobermann
  • 1 terranova
  • 1 S. Bernardo
  • 1 boxer
  • 4 bull terrier
  •  2 cani di tipo pit bull

 

GRUPPO 3: comprende cani appartenenti a razze di tipo primitivo

  • 3 akita inu
  • 1 siberian husky
  • 4 cirnechi dell’Etna

 

GRUPPO 4: razze utilizzate per la caccia e il riporto

  • 1 welsh terrier
  • 1 fox terrier
  • 2 beagle
  • 1 bassethound
  • 2 setter inglesi
  • 2 pointer
  • 1 bassotto a pelo raso
  • 6 labrador
  • 2 golden retriever

 

GRUPPO 5: razze selezionate principalmente per la compagnia

  • 2 bassotti a pelo liscio
  • 1 shitzu
  • 2 barboncini
  • 1 azawakh

 

 

Dati raccolti

Per ogni soggetto, sono state effettuate

  1. frequenze dei comportamenti esibiti da ogni cane nelle singole prove
  2. misurazione in cm dello spostamento effettuato in cm
  3. dati relativi all’anamnesi di ogni soggetto
  4. dati relativi alle frequenze cardiache delle prove effettuate

 

I dati vengono analizzati ed elaborati con l’ausilio del sistema computazionale SAS system (Siegel e Castellan, 1988)

Per ogni variabile esaminata viene effettuata una rappresentazione grafica tramite istogrammi.

 

Dati relativi alle variabili di frequenza ottenute dalla lettura dei filmati delle prove effettuate

 

Attraverso la visione dei filmati relativi ad ogni soggetto è stata contata la frequenza di volte esibita per ciascun comportamento.

E’ stata effettuata la somma delle frequenze delle due prove (quaglia e coniglio) .

  • Ogni comportamento possibile (preso singolarmente) è stato messo in relazione con ciascun gruppo, in modo da stabilire come si distribuiscono i vari comportamenti nei 5 gruppi. Sono stati inoltre effettuati dei test di correlazione non parametrica di Spearman.
  • Ogni gruppo è stato poi messo in relazione con i comportamenti (per stabilire se esiste una serie di comportamenti caratteristica per ogni gruppo).

 

 

 

 

Calcolo dell’istinto predatorio totale per soggetto

Per poter paragonare i vari gruppi e stabilirne le differenze è stato attribuito un valore globale all’istinto predatorio di ogni soggetto il cui calcolo è stato effettuato attraverso un metodo innovativo (non esiste bibliografia in proposito).

 

Innanzitutto è stato necessario attribuire dei range alle frequenze dei comportamenti in modo da renderli comparabili tra loro.

 

Per ciascun comportamento si è considerato il valore minimo delle frequenze, il valore medio e il valore massimo possibile per il totale delle prove.

Sono state attribuite tre fasce :

  1. Poco
  2. Medio
  3. Tanto

 

Ad esempio per il comportamento “gratta con una zampa” che poteva manifestarsi dalle 0 alle 67 volte, con una media di 10 volte, sono stati attribuiti tre range:

  1. 1-15: comportamento poco esibito - Basso
  2. 15-25: comportamento esibito mediamente – Medio
  3.  >25  : comportamento esibito molto   - Tanto

 

Ad ogni range sono stati attribuiti dei punteggi

  1. poco – 1
  2. medio – 2
  3. tanto – 3

 

Con questo metodo è possibile attribuire lo stesso ordine di grandezza a comportamenti che mediamente vengono esibiti con frequenze molto diverse tra loro ad esempio “gratta con una zampa” e “scodinzola”.

 

I valori ottenuti vengono poi moltiplicati per dei coefficienti, che sono attribuiti ad ogni comportamento in base alla loro significatività rispetto all’istinto predatorio sulla base della lettura e del significato dei diversi comportamenti presenti in letteratura (v. tabella).

 

Nel calcolo complessivo, i comportamenti “paura” e “ignora la preda” non sono stati considerati ai fini del calcolo statistico del punteggio relativo all’istinto predatorio, così come il comportamento “esce” (alcuni cani escono per raggiungere la preda in modo alternativo, altri escono per il disinteresse: sarebbe stato quindi difficile attribuire un valore in modo obiettivo).

 

  • Ad ogni cane è stato quindi attribuito un valore di istinto predatorio. Effettuando  la media dei valori per ciascun gruppo è quindi possibile stabilire quali siano i gruppi di cani che hanno dimostrato di avere un grado maggiore di istinto predatorio di conseguenza è stata effettuata l’analisi della varianza non parametrica (test t per confronti non ortogonali) sui singoli comportamenti in funzioni dei diversi gruppi di razza.

 

Calcolo dell’istinto predatorio per ogni singola prova (prova coniglio e prova quaglia)

In base alle frequenze dei comportamenti esibiti nella prova con il coniglio e nella prova con la quaglia, si è calcolato l’istinto predatorio per la prova singola avvalendosi dello  stesso criterio utilizzato per il calcolo dell’istinto predatorio totale (sono state attribuite altre fasce di range relative alle singole prove).

Sì è potuta così osservare la reazione dei soggetti verso la preda “da pelo” o “da penna” sia globalmente che in relazione al gruppo di appartenenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

Comportamento

 

Coeffic.

 

Criterio di attribuzione

 
 

Gratta 2

         4

Il punteggio 4 è stato attribuito a quei comportamenti che sono tipici della manifestazione dell’istinto predatorio (ad esempio il pointing) o sono indice di una fortissima motivazione a raggiungere la preda.

 

Morde

         4

 

Punta

         4

 

Gratta 1

         3

Il valore 3 è stato attribuito a quei comportamenti che sono finalizzati al raggiungimento della preda o esprimono una motivazione marcata a diminuire la distanza interindividuale.

Il  leccarsi le labbra è  un segnale che facilita la riduzione della distanza interindividuale (Overall, 2001).

 

Spinge-muso

         3

 

Scava

         3

 

Salta

         3

 

Lecca labbra

         3

 

Abbaia

         3

 

Coda

         2

Il coefficiente 3 è associato ai comportamenti che indicano interesse nei confronti della preda, ma che non denotano desiderio attivo di avvicinare e raggiungere la preda.

A “mugola” e “ringhia” è stato attribuito un punteggio inferiore rispetto ad “abbaia”.

I cani adulti mugolano quando cercano sollievo dal dolore , come pure in situazioni che determinano una leggera frustrazione (Verga e Carenzi, 1981)  oppure per difesa, sottomissione, panico e ricerca di attenzione (Serpell, 1995). Il comportamento “ringhia” è finalizzato ad intimidire o aumentare le distanze (Overall, 2001) o è espressione di gioco (Serpell, 1995)

 

 

Immobile

         2

 

Annusa

         2

 

Mugola

         2

 

Ringhia

         2

 

Gioco

         1

Il valore 1 è stato attribuito al comportamento di “inchino giocoso” poichè indica mancanza di minaccia (Serpell, 1995) e invito a interagire in modo ludico.

Il coefficiente attribuito a “spostamento” è 1 in quanto conseguenza di altri comportamenti quali grattare con le zampe e spingere con il muso .

 

Spostamento

         1

 

 

Tabella 1: descrizione del criterio di attribuzione dei coefficienti

 

Trattazione dei dati relativi alle frequenze cardiache

Di ogni soggetto è stato registrato il picco massimo verificatosi durante la prova e attraverso la visione del filmato relativo si è osservato quale fosse il comportamento esibito dal cane in corrispondenza del picco.

Si sono analizzate graficamente le frequenze relative al picco massimo e al comportamento corrispondente.

 

Trattazione dei dati relativi all’anamnesi

I dati raccolti sono stati confrontati con il valore dell’istinto predatorio in modo da stabilire quanto questa predisposizione sia influenzata dalle variabili ambientali e dalle esperienze.

Il campione (la cui media dell’istinto predatorio risulta essere 21,1) è stato suddiviso in due gruppi:

  1. cani con istinto predatorio marcato (> di 21)
  2. cani con istinto predatorio poco marcato o assente  (< di 21)

 

Di ogni gruppo sono state studiate le variabili ambientali (tipo di abitazione, convivenza con altri animali ecc) e sono stati realizzati i grafici relativi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  • Analisi della distribuzione dei comportamenti nei diversi gruppi

 

Nel grafico 1 sono presenti gli istogrammi relativi al comportamento “spinge con il muso”. Si può notare che “spinge” con il muso non viene esibito da nessun soggetto appartenente al gruppo dei cani da pastore e al gruppo dei cani da compagnia, mentre il 50% dei cani appartenenti al gruppo dei cani primitivi esibisce questo comportamento.

 Con l’analisi univariata di correlazione non parametrica di Spearman effettuata sul campione dei 57 soggetti, è risultato che lo spingere con il muso è positivamente correlato  con i comportamenti “morde la rete” (p= <0,0001), ”gratta 2” (gratta con entrambe le zampe sulle griglia di metallo) “gratta 1” (grattare con una zampa) p= 0,007 e  “coda” (scodinzolare) p = 0.007.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 1 : istogrammi relativi al comportamento “spinge con il muso”

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel grafico seguente sono riportate le percentuali dei soggetti che spingono con una zampa contro la griglia di metallo per riuscire a raggiungere la preda.

Questo tipo di comportamento è esibito con una  percentuale maggiore (62,5%) dai cani di tipo primitivo e dalla metà dei cani da caccia.

 

Il gruppo in cui questo comportamento risulta meno frequente è rappresentato dai cani da pastore.

In generale nell’intero campione, il comportamento “gratta 1” risulta positivamente correlata, secondo l’analisi univariata di Spearman, al comportamento “gratta 2” (p= 0.01), con “spinge con il muso” (p=0.007) e “scava” (p<0.001).

 

In generale i cani che cercavano di diminuire la distanza con la preda mettevano in atto tutti comportamenti finalizzati direttamente a questo scopo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 2 : istogrammi relativi al comportamento “gratta 1”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal grafico 3 è possibile osservare le percentuali dei cani che hanno grattato con entrambe le zampe contro la griglia di metallo: tale comportamento non viene esibito da nessun cane appartenente al gruppo delle razze da compagnia, mentre i gruppi che grattano più frequentemente con entrambe le zampe sono i cani primitivi e i cani da pastore (12,5%).

Con l’analisi univariata di correlazione non parametrica di Spearman è risultato che, nel campione totale di 57 soggetti, il grattare con il muso è positivamente correlato  con i comportamenti “morde la rete” (p= <0,0001),”gratta 2” (gratta con entrambe le zampe sulle griglia di metallo) “gratta 1” (grattare con una zampa) p= 0,007, “coda” (scodinzolare) p = 0.007.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 3 : istogrammi relativi al comportamento “gratta 2”

 

Nel gruppo dei cani da difesa e utilità si osserva che abbaia il 56,3% dei cani, così come abbaia la metà dei cani da caccia (che comprende anche i terrier e gli hound che abbaiano con facilità e alla minima provocazione, Hart e Hart, 1985; Hart e Miller, 1985).

I cani con minor propensione all’abbaio sono rappresentati dal gruppo dei cani da compagnia.

Con l’analisi univariata di correlazione non parametrica di Spearman è risultato che, nel campione totale di 57 soggetti, l’abbaio risulta positivamente correlato con il ringhio (p=0.005). Entrambi questi comportamenti, come riportato anche in Serpell (1995), rientrano del gruppo delle vocalizzazioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 4 : istogrammi relativi al comportamento “abbaia”

 

Nell’ grafico 5 sono rappresentati gli istogrammi relativi al comportamento “mugola” che si presenta con maggior frequenza nel gruppo dei cani primitivi : la metà dei soggetti di questo gruppo (che comprende cani quali l’husky siberiano che ha notevole predisposizione al latrato e all’uggiolio, Serpell, 1995) ha mugolato nel corso dei test, mentre la maggior parte dei cani da pastore (87,5%) non ha esibito questo tipo di vocalizzazione.

 
   

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 5 : istogrammi relativi al comportamento “mugola”

 

Nel grafico 6 in cui è rappresentata la percentuale dei cani che ringhiano durante le prove, è possibile osservare che pastori e cani da compagnia non esibiscono mai questo tipo di comportamento, mentre la percentuale di cani che ringhiano maggiormente è presente nel gruppo dei cani da difesa e utilità (18,8%).

Il comportamento ringhia può essere associato sia all’aggressività sia all’attività di gioco (Overall, 2001): tra i cani da utilità e difesa sono compresi i molossi, cani fortemente “neotenici” in cui i comportamenti legati all’attività ludica sono caratteristici (Andina, 2002)

Con l’analisi univariata di correlazione non parametrica di Spearman è risultato che il ringhiare è positivamente correlato  con l’abbaiare (p= 0,057)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 6 : istogrammi relativi al comportamento “ringhia”

 

Dalla grafico  numero 7 si osserva che tutti i cani da pastore scodinzolano, così come scodinzolano di fronte alla preda la maggior parte dei cani da caccia, mentre più della metà dei cani da compagnia non scodinzolano mai durante le prove.

Questi dati sono in accordo con gli studi di Scott e Fuller (1965) e Bradshaw e  collaboratori (1996) in cui si è osservato che la tendenza a scodinzolare è un tratto tipico dei cani da caccia.

Con l’analisi univariata di correlazione non parametrica di Spearman è risultato che lo scodinzolare è positivamente correlato con l’annusare (p=0,0138).

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 7 : istogrammi relativi al comportamento “scodinzola”

 

Come si osserva dal grafico 8, la maggioranza dei cani di tutti i gruppi mostra interesse nei confronti della preda annusandola: è da osservare che il 94,4% dei cani da caccia (che comprende segugi e cani da pista) annusa la preda, mentre annusa solo il 57,1% dei cani da compagnia.

I cani da caccia (in particolare segugi e cani da pista) privilegiano l’uso dell’olfatto rispetto agli altri sensi già da cuccioli rispetto agli individui di altre razze, e la loro abilità nel seguire le tracce è già significativamente maggiore rispetto a quella di altri cani (Scott e Fuller, 1965).

Con l’analisi univariata di correlazione non parametrica di Spearman effettuata sul campione dei 57 soggetti, è risultato che l’annusare è positivamente correlato  con lo scodinzolare (p=0,01).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Grafico 8 : istogrammi relativi al comportamento “annusa”

 

 

Come si nota dall’osservazione del grafico 9, i cani che di fronte alla preda esibiscono la tipica posizione di “invito al gioco” sono numericamente poco consistenti in tutti i gruppi: i cani da compagnia e i cani da pastore non esibiscono mai questo comportamento, mentre il 25% dei cani da difesa e utilità (che comprende i molossi, cani che mantengono caratteristiche comportamentali tipiche dei cuccioli anche da adulti, Coppinger e Coppinger, 1982) hanno manifestato questo comportamento.

E’ interessante notare come entrambi i cani di tipo pit bull che hanno partecipato a questo studio abbiano manifestato il comportamento “invito al gioco”. Si tratta di un comportamento su cui la selezione artificiale ha agito sovvertendo uno dei segnali intraspecifici: nei cani di tipo pit bull l’inchino per gioco (play bow) è oggi parte delle manifestazioni comportamentali agonistiche della razza (Wickens, 1993).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 9 : istogrammi relativi al comportamento “invito al gioco”

 

 

 

Nella grafico 10 sono riportati gli istogrammi relativi alle frequenze dei cani che si sono leccati le labbra di fronte alla preda.

Metà dei cani da pastore e metà dei cani da difesa e utilità ha esibito questo comportamento, che non manifesta invece la maggior parte dei cani da compagnia (85,7%)

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 10 : istogrammi relativi al comportamento “si lecca le labbra”

 

Nel grafico 11 sono rappresentate le percentuali dei cani che sono rimasti immobili di fronte alla preda ed è possibile osservare che nessuno dei cani da compagnia ha esibito questo tipo di comportamento, mentre lo esibiscono la metà dei cani da caccia e la metà dei cani primitivi.

 

 
   

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 11 : istogrammi relativi al comportamento “resta immobile e fissa la preda”

 

 

 

Osservando il grafico 12  relativo al comportamento del cane che scava per terra con entrambe le zampe, si può notare come tale comportamento non sia stato esibito da nessun soggetto appartenente alle razze da compagnia, mentre il 38,4 % dei cani da caccia hanno scavato durante le prove.

Questo dato è in accordo con quanto riportato da Overall (2001): nei terrier e nei cani da caccia lo “scavo” è un comportamento caratteristico poiché si tratta di soggetti selezionati anche per scavare nel terreno (i terrier in particolare) Overall, 2001).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 12 : istogrammi relativi al comportamento “scava”

 

 

 

Come si nota dall’osservazione del grafico 13, in generale il comportamento “salta” è stato esibito con una frequenza molto bassa e piuttosto omogenea in tutti i gruppi. Tra i cani da difesa e utilità troviamo la maggior percentuale di soggetti che hanno esibito questo comportamento (25%).

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 13 : istogrammi relativi al comportamento “salta”

 

In alcuni gruppi il comportamento di punta non è stato esibito (cani da compagnia cani primitivi  e da  pastore), come si nota dall’osservazione del grafico 14.

Troviamo la maggior frequenza esibita tra i cani da difesa  e da caccia (come del resto è atteso, dal momento che quest’ultimo gruppo comprende setter e pointer, razze selezionate per segnalare la presenza del selvatico attraverso il “pointing”)

 

 
   

 

 

 

 

 


 

 

 

 

Grafico 14 : istogrammi relativi al comportamento “punta”

 

 

Osservando il grafico 15 si può notare che i soggetti si sono dimostrati interessati alle prede proposte in tutti i gruppi, in particolare si può notare che tutti i cani da pastore non hanno ignorato le prede. Il maggior numero di soggetti non interessati si è riscontrato nei cani da difesa e utilità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 15 : istogrammi relativi al comportamento “ignora la preda”

 

Nei gruppi dei cani da pastore e da compagnia, nessuno dei soggetti ha morso con i denti la griglia in metallo, come è evidente dal grafico 16.

Questo comportamento è stato esibito con frequenza maggiore dai cani primitivi (25%) e dai cani da caccia (16,7%).

In generale, nell’intero campione, il comportamento “morde la rete” risulta positivamente correlato, secondo l’analisi univariata di Spearman, al comportamento “spinge con il muso” (p< 0.001).

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 16 : istogrammi relativi al comportamento “morde la rete”

 

 

Durante le prove, i cani uscivano spesso dal tunnel per cercare di raggiungere la preda in modo alternativo oppure per disinteresse nei confronti della preda (v.grafico 17).

38 cani su 57 sono usciti dal tunnel.

 

Tra i cani che escono dal box infatti osserviamo che contemporaneamente 12 di essi ignorano la preda e 2 hanno paura (con l’analisi univariata di correlazione non parametrica di Spearman è risultato che il comportamento “esce” è positivamente correlato  con il comportamento “paura” p= 0.0199).

16 cani esibiscono nella stessa prova dei comportamenti finalizzati al raggiungimento della preda: tutti esibiscono il comportamento “gratta con una zampa” , 2 grattano sia con una zampa che con due e 3 mordono la rete.

Si può ipotizzare che i cani stiano procedendo “per prove ed errori”: procedono per tentativi esibendo una serie di comportamenti atti al conseguimento di uno scopo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 17 : istogrammi relativi al comportamento “esce”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 18: diagramma a scatola delle frequenze dei cani che sono usciti dal tunnel e contemporaneamente  hanno dimostrato comportamenti di disinteresse oppure di marcato interesse

 

 

 

Troviamo la maggioranza dei cani che hanno dimostrato paura nel gruppo dei cani da compagnia, mentre nessuno dei cani da difesa e utilità ha manifestato timore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 19 : istogrammi relativi al comportamento “paura”

 

 

 

Lo spostamento complessivo del box è determinato da una concomitanza di diversi comportamenti (spingere con le zampe e con il muso) . Con l’analisi univariata di correlazione non parametrica di Spearman è risultato infatti  che lo spostamento  è positivamente correlato  con i comportamenti “gratta 2” (p=0.096), “gratta 1” p= <0,001, “spinge con il muso” p=<0.001 e “scava” p<0.001I cani che hanno effettuato uno spostamento più modesto sono i cani da compagnia (l’85,7% non ha effettuato alcuno spostamento sulla gabbia scorrevole).

 
   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 20 : istogrammi relativi al comportamento “spostamento della gabbia”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                                                                          

 

i/j

       1

       2

        3

        4

       5

1

 

0,2841

0.0536

0.0927

0.4573

2

0,2841

 

0.2507

0.3458

0.0537

3

0.0536

0.2507

 

0.9861       

 

0.0059

4

0.0927

0.3458

0.9861       

 

 

0.0162

5

0.4573

0.0537

0.0059

0.0162

 

 

Grafico  22

 

 

Effettuando quindi un’analisi della varianza (Anova) è risultato (le probabilità significative sono p< 0,05) che il gruppo dei cani da compagnia risulta essere significativamente differente sia dal gruppo dei cani da caccia che dal gruppo dei cani primitivi  che risultano essere i gruppi con maggior istinto predatorio.

I cani da difesa e utilità hanno una media medio - alta nell’istinto predatorio, mentre i cani da pastore e bovari presentano un istinto medio basso.

In base a questo studio i cani da compagnia risultano avere un istinto predatorio molto basso

 

 

 

  • Analisi dei gruppi in base ai comportamenti esibiti

 

Ciascuno dei cinque gruppi esaminati è stato successivamente messo in relazione con i comportamenti esibiti durante le prove.

Sono stati realizzati degli istogrammi che rappresentano le frequenze dei soggetti che hanno esibito il comportamento in esame.

 

  • Gruppo 1 (tabella 23) : cani da pastore e bovari.   E’interessante notare che in questo gruppo alcuni comportamenti non sono esibiti da nessun soggetto (ringhia, punta, ignora la preda, morde la rete) mentre tutti i soggetti hanno scodinzolato di fronte alla preda. Un numero significativo di soggetti ha annusato le prede (88%) e la metà di essi si è leccata le labbra.

Il comportamento dei cani da pastore sembra denotare soprattutto interesse (manifestato soprattutto con l’annusamento e lo scondinzolio).

I comportamenti finalizzati a diminuire la distanza con la preda sono stati manifestati con frequenza minore.

Con l’analisi univariata di correlazione non parametrica di Spearman effettuata sul singolo gruppo dei cani da pastore, è risultato che i comportamenti correlati sono:

    • “gratta 1” e “gratta 2” sono positivamente correlati (p=0.03)

 

-       Gruppo 2 (tabella 24) : cani da difesa e utilità. In questo gruppo nessun cane ha avuto paura e i comportamenti che sono stati esibiti con maggiore frequenza sono stati :  annusa (81%), esce (81%), ignora la preda (75%) , abbaia (56%), scodinzola e si lecca le labbra (50%).

Con l’analisi univariata di correlazione non parametrica di Spearman effettuata sul singolo gruppo dei cani da difesa e utilità, è risultato che i comportamenti positivamente correlati sono:

  • “Gratta 2” e “ringhia” (p=0.01)
  • “Spinge con il muso” e “morde” (p=0.04)
  • “Gioco”  e “annusa” (p=0.03)
  • “Gioco”  e “scava” (p=0.04)
  • “Gioco” e “leccarsi le labbra” (0,0078)
  • “Leccarsi le labbra” e “”ringhia” (p=0.03)
  • “Annusa” e “punta” (p=0.01)

 

-       Gruppo 3 (tabella 25): cani primitivi. Nessun cane di questo gruppo ha esibito il comportamento “punta”. Gli altri comportamenti sono tutti rappresentati  in modo significativo (sempre maggiore del 10%). I comportamenti esibiti con frequenza maggiore sono stati: annua (88%), si lecca le labbra ed esce(75%), gratta con una zampa (63%), immobile, mugola, scodinzola e spinge con il muso (50%).

Con l’analisi univariata di correlazione non parametrica di Spearman effettuata sul singolo gruppo dei cani da di tipo primitivo, è risultato che i comportamenti positivamente correlati sono:

  • “morde” e “Gratta 2” (p= 0.03)
  • “morde” e “Gratta 1” (p= 0.03)
  • “morde” e “ringhia” (p=0.03)
  • “spinge con il muso” e “morde” (p= 0.02)
  • “spinge con il muso” e “Gratta 1” (p=0.01)
  • “Gratta 2” e “ringhia” (p= <0.001)
  • “Gratta 1” e “scava” (p=0.03)

 

 

-       Gruppo 4 (tabella 26): cani da caccia. In questo gruppo tutti i comportamenti sono stati esibiti: alcuni in modo poco significativo (invito al gioco e  paura sono con il 6%). Molto significativi risultano essere scodinzola (89%) e annusa (94%). Metà dei soggetti è rimasto immobile e ha fissato la preda, è uscito, ha abbaiato e grattato con una zampa.

Con l’analisi univariata di correlazione non parametrica di Spearman effettuata sul singolo gruppo dei cani di tipo primitivo, è risultato che i comportamenti positivamente correlati sono:

  • “abbaia” e “gratta 1” (p= 0.01)
  • “abbaia” e “coda”  (p= 0.04)
  • “gratta 1” e “coda”  (p= 0.008)
  • “gratta 1” e “spinge con il muso”  (p= 0.002)
  • “scava” e “gratta 1” (p= 0.009)
  • “scava” e “abbaia” (p= 0.04)
  • “scava” e “coda” (p= 0.01)
  • “lecca le labbra” e “annusa” (p=0.05)
  • “mugola” e “punta” (p=0.005)

          

-       Gruppo 5 (tabella 27): cani da compagnia. In questo gruppo molti comportamenti non sono stati esibiti da nessun cane (morde la rete, gratta con entrambe le zampe, resta immobile e fissa la presa, ringhia, scava, punta, spinge con il muso, invito al gioco). I comportamenti esibiti con frequenza significativa sono stati: annusa (57%), ignora la preda, esce, scodinzola e paura (43%).

Con l’analisi univariata di correlazione non parametrica di Spearman effettuata sul singolo gruppo dei cani da compagnia, è risultato che i comportamenti positivamente correlati sono:

  • “abbaia” e “lecca le labbra” (p< 0.0001)
  • “annusa” e “coda”  (p= 0.02)
  • “annusa” e “mugola”  (p= 0.02)
  • “lecca le labbra” e “abbaia” (p<0.0001)
  • “paura” e “ignora” (p<0.0001)

 

In sintesi si può concludere che

  • i cani da pastore sono caratterizzati dai seguenti comportamenti:
    •  leccarsi le labbra 50%
    • scodinzolare 100%
    • annusare 88%
    • abbaiare 25%

 

  • i cani da difesa e utilità sono caratterizzati da:
    • leccarsi le labbra 50%
    • scodinzolare 50%
    • annusare 81%
    • abbaiare 56%
    • grattare con una zampa 38%
    • invitare al gioco la preda 25%
  • i cani primitivi si distinguono per:
    • leccarsi le labbra 75%
    • scodinzolare 50%
    • spingere con il muso contro la griglia 50%
    • mugolare 50%
    • grattare con una zampa contro la griglia  63%
    • restare immobili di fronte alla preda 50%
    • scavare 38%
  • i cani da caccia esibiscono in particolare questi comportamenti
    • leccarsi le labbra 39%
    • annusare 94%
    • scodinzolare 89%
    • restare immobili di fronte alla preda 50%
    • scavare 39%
    • abbaiare 50%
    • grattare con una zampa contro la griglia 

 

  • il gruppo dei cani da compagnia è caratterizzato dai seguenti comportamenti:
    • annusare 47%
    • scodinzolare 43%
    • coda 43%
    • paura 43%
    • ignora 43%

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


       Grafico 23

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


          Grafico 24

 
   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


          Grafico 25

                                         

                                           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    Grafico 26

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 27


Preferenza dei soggetti per la preda “da pelo” o “da penna”

 

La seguente tabella rappresenta le preferenze manifestate dal gruppo dei pastori nei confronti delle due differenti prede. Tutti i soggetti si sono dimostrati interessati.

Il 62,5 % è interessato allo stesso modo sia alla quaglia che al coniglio, mentre il 25 % predilige il coniglio. Il 12,5 % invece dimostra maggior interesse per la quaglia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 30

Tra i cani da difesa e utilità  il 43,75% non ha preferenze tra quaglia e coniglio e il 43,75% manifesta interesse maggiore per il coniglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 29

 

 

 

Nel gruppo dei cani primitivi (come mostra la tabella 30), il 12,5 % dei cani non si interessa alle prede.

Il 37,5% non ha preferenza per la quaglia o per il coniglio.

Tra i soggetti che hanno una preferenza il 37,5 % (netta maggioranza (predilige il coniglio e solo il 12,5% la quaglia.

 

 

 
   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 30

 

Tra i cani da caccia, il 44,4% non manifesta maggiore interesse per una preda o per l’altra, mentre il 44,4% ha maggiore interesse per il coniglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 31


Dalla tabella 32 è possibile osservare che il 57,1 % dei soggetti appartenenti al gruppo dei cani da compagnia non è interessato né al coniglio né alla quaglia.

Tra quelli interessati tutti esprimono una preferenza: ben il 28,5% preferisce la quaglia e il restante 14,2 % preferisce il coniglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 32

 

La successiva tabella (33) mette in evidenza le preferenze globali manifestate dai cani nelle prove: il 12,3% non ha manifestato interesse di nessun tipo, il 42,1% ha manifestato uguale interesse per quaglia e coniglio. Il 31,6% ha preferito il coniglio e il restante 14% prediligeva la quaglia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Grafico 33

Analisi dei dati relativi alle frequenze cardiache

 

E’ stata realizzata una tabella che evidenzia quali sono le frequenze relative ai comportamenti esibiti in corrispondenza del picco cardiaco.

Dal grafico 34 è possibile osservare che il 22,5% ha un picco massimo mentre abbaia, la stessa percentuale viene esibita in concomitanza con l’annusare.

Il 22% dei cani ha avuto un picco massimo mentre restava immobile e fissava la preda e il 17,5 % nel momento in cui la preda veniva estratta dal box (è da notare che in entrambi questi comportamenti il cane resta immobile).

Il movimento infatti  non comporta necessariamente un aumento dell'attività cardiaca  (Coote, 1975) e può verificarsi  un'influenza, derivata da una mediazione a livello centrale, ovvero l'anticipazione o la preparazione al movimento, possono evocare un'accelerazione del battito cardiaco di un soggetto immobile (Obrist e Sutterer,1972).

Il 2,5% ha un picco massimo mentre sta grattando con una o entrambe le zampe oppure mentre si trova in posizione di invito al gioco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esempi delle corrispondenze tra tracciati e comportamenti

 

ARLETTE – pastore tedesco: Gruppo 1 (pastori e bovari)

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


NIME – dobermann: Gruppo 2 (utilità e difesa)

       
   
     

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


KAMI – akita inu: Gruppo 3 (cani primitivi)

       
   

IL CANE RESTA IMMOBILE E FISSA LA PREDA

 

 
 
   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


DEIV – pointer : Gruppo 4 (cani da caccia)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


ARI – barboncino nano: Gruppo 5 (compagnia)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


     
     
 
   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 84


Analisi delle variabili ambientali

 

Dall’osservazione dei seguenti grafici (35 e 36) è possibile notare che la maggior parte dei cani presi in esame vive in un contesto urbano e che non esiste una diversa distribuzione di frequenza in base al grado di istinto predatorio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 35

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 36

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dall’osservazione dei grafici successivi  (37 e 38) è possibile notare che la maggior parte dei cani esaminati non vive con altri animali indipendentemente dal grado di istinto predatorio

 

 

 

 

 

 

 


                                                      

 

 

 

 

 

 

 

Grafico 37

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 38

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come mostrato nei successivi grafici, sia la maggioranza dei cani con marcato istinto predatorio che la maggioranza dei cani con scarso istinto predatorio non vive con gatti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 39

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 40

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come è possibile notare dai grafici 41 e 42 , sia la maggioranza dei cani con marcato istinto predatorio che la maggioranza dei cani con scarso istinto predatorio non vivono con altre specie (criceti, volatili, animali da cortile…)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 41

 

 

 

 
   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 42

 

 

 

 

 

 

I soggetti che hanno dimostrato un istinto predatorio marcato non vengono condotti a passeggio più spesso dei cani che hanno dimostrato uno scarso interesse per le prede(v. grafici 43 e 44).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 43

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 44

 

 

 

 

 

In base all’osservazione dei successivi grafici (45 e 46), si può notare che sia la maggioranza dei cani con marcato istinto predatorio sia la maggioranza dei cani con scarso istinto predatorio vengono condotti più frequentemente al parco o in campagna dai loro proprietari.

 

 

 
   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 45

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 46

 

 

 

 

 

 

 

Come mostrato dai grafici 47 e 48, sia la maggioranza dei cani con marcato istinto predatorio che la maggioranza dei cani con scarso istinto predatorio vengono lasciati liberi dal guinzaglio durante le passeggiate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 47

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 48

 

 

 

 

 

 

Come mostrato dai grafici 49 e 50, sia la maggioranza dei cani con marcato istinto predatorio che la maggioranza dei cani con scarso istinto predatorio ha avuto esperienze precedenti di contatto con animali selvatici (fagiani, volpi, marmotte ecc. ), da cortile (anatre, conigli ecc.) o da reddito (ovini, bovini ecc.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico  49

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 50

 

 

 

Come mostrato dalle successive tabelle, sia la maggioranza dei cani con marcato istinto predatorio che la maggioranza dei cani con scarso istinto predatorio non ha ricevuto un addestramento specifico per la caccia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 51

 

 

 
   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 52

 

 

 

Sia la maggioranza dei padroni di cani con marcato istinto predatorio che la maggioranza dei padroni di cani con scarso istinto predatorio riferiscono che il proprio cane non ha la tendenza ad inseguire oggetti o persone in movimento (biciclette, motorini ecc.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 53

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Grafico 54

 

 

 

 

 

 

 

 

In entrambi i gruppi, cani con marcato istinto predatorio e cani con scarso istinto predatorio, la distribuzione per sesso di appartenenza risulta omogenea.

 

 

 
   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


           

Grafico 55

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


           

 

Grafico 56


 

 

 

 

 

 

 

 

5

Conclusioni


 

 

5. Conclusioni

 

Con questo studio abbiamo valutato gli effetti della selezione artificiale sulle modificazioni dell’istinto predatorio nel Canis familiaris rilevando in particolare le differenze tra i gruppi di razze.

Nei diversi contesti storici e geografici l'uomo ha infatti selezionato il cane per renderlo ausiliario nei diversi compiti (caccia, guardia, difesa, conduzione delle greggi ecc) scegliendo per la riproduzione quei soggetti che presentassero il fenotipo e il genotipo più  adatto.

La selezione artificiale ha determinato infatti delle modificazioni sia morfologiche (differenze nel mantello, nella struttura fisica ecc) che comportamentali all’interno della specie.

Nell’ambito dell’istinto predatorio sono presenti delle variazioni sia rispetto all’antenato selvatico che tra le diverse razze canine.

Le sequenze predatorie di cattura e consumo della preda che nel lupo si presentano complete (localizzazione, pedinamento silenzioso, inseguimento, morso per immobilizzare, morso per uccidere, smembramento e consumo) sono alterate e troncate a stadi differenti in diverse razze canine (Overall, 2001).

Tra i diversi gruppi esaminati ci aspettavamo di trovare delle differenze nell’ambito dell’istinto predatorio in base alle seguenti caratteristiche.

 

  • Cani da pastore e bovari: le razze “herding” sono state selezionate per troncare la naturale sequenza predatoria (Coppinger e Schneider,1995). Nei cani “pizzicatori” e nei bovari la sequenza predatoria è stata troncata  a livello del morso per afferrare la preda (Andina, 2002). Si tratta di cani impiegati ancora oggi per il raggruppamento delle greggi che hanno subito una selezione per le sequenze riferite a fissare o inseguire la preda (Fox, 1978; Bradshaw & Brown, 1990; Overall, 2001).  Nei bovari svizzeri, cani da fattoria tuttofare, usati come guardiani e per il traino dei carretti del latte, l’istinto predatorio sembra essere ridotto al minimo (Andina, 2002). Nel nostro studio ci aspettavamo che i soggetti esaminati  manifestassero interesse nella preda poiché la mancanza di interesse non consentirebbe il lavoro su gregge in cui le sequenze del “fissare” e del “pedinare” sono indispensabili. Tuttavia ci attendevamo dei livelli medio bassi nell’istinto predatorio data la necessità di escludere, durante la selezione artificiale,  quei soggetti che manifestano aggressività nei confronti dei capi di bestiame. Nel nostro studio i cani da pastore e bovari hanno manifestato un grado di istinto predatorio medio basso (decisamente superiore ai cani da compagnia, ma meno marcato dei cani primitivi e dei cani da caccia) con una media di 14,2 punti (v. grafico 21 pag. 110).
  • Cani da difesa e utilità: si tratta di un gruppo piuttosto eterogeneo che annovera cani di tipo bull (che in passato erano impiegati tanto nella caccia quanto nei combattimenti), razze da difesa, da guardia e molossi da soccorso (terranova, S. Bernardo ecc). In generalei cani da guardia o da protezione hanno subito una selezione volta a far mostrare i comportamenti associati all'inibizione dell'uccisione e del frazionamento della preda, legate alla fase finale della sequenza predatoria (Overall, 2001), mentre le razze “guarding” sono state selezionate per mostrare poco o niente affatto il comportamento predatorio (Coppinger e al, 1995). Nel presente lavoro i cani appartenenti a questo gruppo hanno dimostrato di possedere un grado medio di istinto predatorio (media di 21,1 punti) (v. grafico 21 pag. 110).

 

  • Cani primitivi e spitz: in questo gruppo sono presenti le razze filogeneticamente più vicine al lupo (sia a livello morfologico che comportamentale). Scott e Fuller (1965) li ritengono le uniche razze in grado di sopravvivere ancora in  ambiente  naturale. Nel nostro studio ci aspettavamo di riscontrare dei livelli di istinto predatorio piuttosto marcato. In questo studio infatti i cani primitivi sono il gruppo che, insieme ai cani da caccia, risulta essere più dotato di istinto predatorio (media di 27 punti) (v. grafico 21 pag. 110).

 

  • I cani da caccia sono attualmente impiegati nell’attività venatoria sia in qualità di terragnoli (cani da tana, che affrontano il selvatico nei cunicoli) sia  nelle prove di riporto, di punta, di ferma o di pista. I soggetti appartenenti a queste razze sono quindi selezionati per manifestare interesse nei confronti delle prede naturali. Dal presente lavoro è risultato infatti che i cani da caccia sono il gruppo con l’istinto predatorio più marcato (punteggio pari a quello dei cani primitivi) (v. grafico 21 pag. 110).

 

 

  • Cani da compagnia: in questo gruppo, selezionato per vivere attualmente a fianco dell’uomo in ambiente prettamente urbano, gli istinti primordiali sono controselezionati. Infatti essi conservano comportamenti infantili anche da adulti come la richiesta di attenzioni, la propensione al gioco e lo scarso istinto predatorio, di conseguenza dal nostro studio ci attendevamo proprio questo. I cani che appartengono a questo gruppo sono risultati con una media del punteggio più bassa in assoluto (7,7 punti) (v. grafico 21 pag. 110).

 

 

Dal nostro studio sono inoltre emersi i seguenti punti:

    1. Tra i soggetti esaminati (v. grafico 33 pag. 119) non si registra una differente reattività nei confronti della preda “da penna” piuttosto che per la preda “da pelo”. Il 42,1% dei soggetti esaminati dimostra infatti il medesimo interesse sia per la quaglia che per il coniglio. Si osserva che il 31,6 % dei cani esaminati presenta una maggiore reattività nei confronti del coniglio rispetto alla quaglia (14%). Il restante 12,3 % non manifesta interesse per nessuna delle due prede proposte
    2. Esaminando i dati che mettono in relazione il picco cardiaco massimo di ogni soggetto con il comportamento corrispondente (grafico 34 pag. 124) si può notare che molti soggetti presentano il picco massimo in corrispondenza di comportamenti che non implicano sforzo fisico. Si osserva che il 22,5% dei soggetti presenta il picco massimo in corrispondenza dell’abbaio, il 22,5 % dei cani mentre annusa, il 20 % dei cani mentre resta immobile e fissa la preda e il 17,5% ha un picco cardiaco quando la preda viene estratta dal box. Il movimento infatti  non evoca necessariamente un aumento dell'attività cardiaca  (Coote, 1975) e può verificarsi  un'influenza, derivata da una mediazione a livello centrale, ovvero l'anticipazione o la preparazione al movimento possono evocare un'accelerazione del battito cardiaco di un soggetto immobile (Obrist e Sutterer,1972).

Si può concludere che il picco esibito in corrispondenza di comportamenti che non implicano sforzo fisico dipenda dallo stato emotivo legato all’anticipazione e alla motivazione nei confronti della preda.

 

    1. In base all’osservazione dei grafici (n° 35-56 pp. 125-135) che mettono in relazione le variabili ambientali con l’istinto predatorio, si può concludere che l’ambiente e le precedenti esperienze non influiscono, sull’istinto predatorio dei soggetti esaminati. Non esistono variazioni di rilievo nell’anamnesi tra il gruppo dei cani con marcato istinto predatorio e il gruppo dei cani con istinto predatorio scarso o assente: la maggior parte dei cani esaminati (a prescindere dal grado di istinto predatorio rilevato) vive in città,  non vive con altre specie animali, non ha ricevuto addestramento specifico per l’attività venatoria ed ha avuto precedenti contatti con specie selvatiche o da cortile.


 

 

 

 

 

 

 

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Elenco delle immagini

□     Figura 1 pag 8 :  www.7art-screensavers.com/wolves.shtml

□     Figura 2 pag 8 :  www.zimbabwe-online.com/faune/lycaon.htm

□     Figura 3 pag 28 : tratta da «The domestic dog » di J.Serpell (1995) pag 33

□     Figura 4 e 5 pag 38 e 39: tratte dal sito www.ciaopet.it

□     Figura 6 pag 40: Tratta dalla tesi di Ghisolfi (2003) : “Studio filogenetico di alcune razze canine mediante analisi del mtDna e genomico” pag 124

□     Figura 7 pag 41: http://www.tootlingalong.com

□     Figura 8 pag 42 : www.saskschool.ca

□     Figura 9 pag 43:  www.wolfcountry.net/information/ WolfHunting.html

□     Figura 10 pag 44

□     Figura 11 pag 47: Tratta dall’enciclopedia del cane, Rizzoli (1970) pag 152

□     Figura 12 pag 59 (kurzhaar)

□     Figura 13 pag 60: www.thealmightyguru.com

□     Figura 14 pag 68: texnat.tamu.edu/ranchref/predator/dogs/p-dogs.htm

□     Figura 15 pag 69: http://www.agric.wa.gov.au

□     Tabella 1 pag 5: Albright e Arave,1997, modificata da Mattiello, 1998

□     Tabella 2 pag 22: Keys  De canibus britannici   (modificata)

□     Tabella 3 pag 25 : tratta da “Psicoterapia comportamentale del cane e del gatto”- Hart L e Hart B. pp 168-169

□     Tabella 4 pag 52: tratta dal sito www.veterinario.it (articolo di Andina, 2002)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RINGRAZIAMENTI

Trovare l’incipit di una pagina di ringraziamenti ad una tesi che è risultata per me così importante e impegnativa pare quasi più arduo dell’opera stessa, per cui le parole non mi sono mai mancate.

Senza l’aiuto di alcune persone questo lavoro non si sarebbe mai potuto compiere.

Il mio primo ringraziamento e il mio primo pensiero vanno a Fabio, senza il cui ingegno e la cui manualità non sarei mai riuscita a progettare e realizzare il box.

Lo ringrazio per l’enorme affetto e amore che mi ha dimostrato dedicando tanto tempo a questa tesi, elargendo i suoi consigli, stando ad ascoltare i miei farneticamenti e comizi sul progetto, analizzando insieme a me i dati e davvero fornendo tutto l’aiuto possibile sia  pratico che morale.

Ringrazio di cuore il Dott. Jacopo Riva, che mi è stato più che indispensabile aiutandomi a superare tutti gli ostacoli con una disponibilità, una gentilezza e una competenza davvero unici.

Ringrazio la Prof. Verga: è stato per me un onore avere avuto come relatrice una persona che ammiravo fin dai miei primi contatti con il mondo della cinofilia.

Ringrazio la Prof. Sotgia per il tempo e l’aiuto che mi ha dedicato.

Ringrazio la Prof. Magnetti che ha permesso a questo lavoro di nascere.

Ringrazio infinitamente i miei cari.

La mia mamma che mi ha sempre incoraggiata in tutto, dimostrando un’enorme fiducia nelle mie capacità  e amore incondizionato.

La mia gemella Michela che quando mi disse “Sono orgogliosa della mia sorellina…” mi ha riempita di gioia.

Mio padre perché rispetta le mie scelte anche se so che avrebbe preferito che scegliessi un’altra carriera : mi vorrebbe vedere in un laboratorio, ma intanto mi regala i più bei libri di cani del mondo!

Ringrazio Max che è una persona speciale, la cui allegria e affetto mi sollevano il morale anche nelle giornate più buie.

Ringrazio gli amici, i compagni di cammino più cari.

Alessandro che più e più volte ha dovuto ascoltare le mie infinte chiacchiere e che ancora più spesso mi ha dato davvero dei consigli preziosi.

Sara che più di tutti ha condiviso con me le peripezie degli anni dell’Università.

Stimo moltissimo entrambi, come amici e come naturalisti e mi auguro davvero che riescano a realizzare i loro sogni.

Infine ringrazio i miei compagni pelosi.

I miei mici: chi non ha un gatto non sa quanto sia grande l’aiuto morale di un micio acciambellato sulle gambe mentre si lavora alla tesi…

E poi la Yoko, che è stata non solo la mia ombra negli ultimi 10 anni, ma mi ha mostrato con il suo sguardo fiero, dolce e “un poco a mandorla” quale fosse la strada giusta per me.